Opinioni

Il fuggitivo Igor e quella (nostra) palude

Maurizio Zuccari

C’è chi gli augura: sempre in guardia campione. Chi lo ritrae come un Rambo incubo della Bassa. C’è l’impiegata che preferirebbe andare con lui per asparagi e l’ammiratrice che lo trova un gran figo. È un manuale di umane pulsioni quello che emerge sulla pagina facebook di Ezechiele Norberto Feher, alias Igor il russo. Sui media, poi, c’è chi lo vuole in fuga in zattera sul Delta del Po, chi scomoda il cappellano del carcere per farsi raccontare chi fosse. È emblematica la vicenda del pluriomicida ricercato da un battaglione di forze speciali. Igor o Ezechiele è altro dalla rivincita della cronaca nera sul terrorismo, l’assassino d’innocenti che gridano vendetta. È un paradigma italiano, racconta tre realtà. La prima rivela le falle del paese legale dove un criminale è più volte arrestato e condannato, sempre rimesso in libertà e mai estradato. Quando poi la caccia all’uomo si scatena, sui media impazzano cronisti immelmati e finti raid nei casolari. Sul sedicente mostro, intanto, s’alza una narrazione parallela. Dove il mostro della palude – ricordate il film culto di Jack Arnold? – diventa supereoe. Liboni sei il mio dio, era scritto sui muri di Roma nell’estate 2004. Quando un altro ladro di polli si fece assassino, mettendo sotto scacco per un pezzo le forze dell’ordine. Nessun sondaggio lo dice, ma una bella fetta del Belpaese vede in Igor quello che vedeva nel “lupo”: un giustiziere, il vendicatore mascherato d’ogni torto reale o presunto della vita. Ché in fuga con un’arma, contro tutti e tutto, è sempre meglio che crepare ogni giorno un po’, dietro alle rogne d’una vita normale. Più che nei meandri della Bassa, il mostro va cercato nella palude che è in noi.

MAURIZIO ZUCCARI

GIORNALISTA

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