Opinioni

Integrazione è conquista che non va svenduta

Maurizio Guandalini

Il decreto Minniti è legge. Un po’ d’ordine arriverà. I verdetti per le richieste d’asilo saranno più rapidi e i centri di rimpatrio moltiplicati sul territorio. Serviva una catena di montaggio che accelerasse la selezione dei migranti e il foglio di via per ritornare al paese di origine. Come tante leggi, pure questa andava fatta prima, ma una dovuta stretta di mano perché c’è. Voluta, tra l’altro, da un Ministro, degli Interni che, per la prima volta, dopo decenni, sa fare e conosce il mestiere. Avanti così. Ma non siamo nemmeno a metà dell’opera. Vi sono varchi aperti, da brivido. Permane la latitanza dei paesi europei sui ricollocamenti in carico a Grecia e Italia. Menefreghismo e mugugni sono cappeggiati dai capi bastone, Ungheria e Polonia, che non ci pensano  a fare il loro dovere. Diciamolo. La legge Minniti tappa una falla di un problemone con mille addentellati. I primi della lista sono quelli noti: l’integrazione embrasson nous, un ‘volemose bene’ nel caos. Le maglie permangono larghe, in assenza di regole stringenti da rispettare. Tralasciamo la discussione  sul tu entri in Italia se hai un lavoro – qui paghiamo l’incompetenza di leggi sull’immigrazione fatte con i piedi – ma quello che stride è quando la religione prevarica le leggi dello Stato. Dell’Italia. Esemplare la professoressa Michela Marzano a Piazza Pulita, su la7, quando racconta la sua preoccupazione di fronte a svariati casi dove ragazzi, suoi studenti che, per religione, si ritraggono nel darle la mano, perché donna. Oppure i tanti episodi di ragazze costrette a portare il velo. Quando c’è la costrizione è pura violenza. Se la free zone coincide con i confini dello Stato italiano, qualcosa  non va. Così come i divieti famigliari al figlio pakistano che non può mettersi insieme ad una ragazzina italiana. L’integrazione, bella parola, dalle tinte misericordiose è stata confusa, non solo dai politici, con elemosina. Inconsapevoli che questa presupposta bontà d’animo low cost lasciava passare un modo di fare bonario, compassionevole, tendente al suk contemporaneo, un patchwork confusionario dove c’è di tutto e di più. Anche percezioni non proprio reali, alla Di Maio, per intenderci, il vice presidente della Camera pentastellato, quando afferma, sbroccando,   che il 40% di criminali romeni sono importati in Italia. Se lo dice un uomo delle istituzioni figuriamoci un cittadino comune. Per l’ennesima volta ci siamo dimenticati che l’integrazione è una conquista. Un privilegio. Non va regalata. O svenduta. È qui caro Ministro Minniti che manca l’autorità di uno Stato capace di farsi intendere e che non dà buffetti sulle guance.

Maurizio Guandalini
Economista e giornalista

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