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Carminati a 360 gradi La sua è una guerra che non è finita

Processo Mafia Capitale

ROMA «Tutto qua?Pensavo che me massacraste». Massimo Carminati ha appena terminato il controesame con il pm Paolo Ielo nel processo Mafia Capitale. E dal carcere di Parma tira un respiro di sollievo. Alle domande più temute, quelle che riguardavano il furto al caveau di Piazzale Clodio del 1999, ha evitato di rispondere, non indicando l’incasso della rapina. «Non c’era nessun documento. E’ una leggenda metropolitana. Abbiamo sottratto solo soldi». Silenzio anche sulla tangente Breda Menarini. Sul resto ha provato a difendersi, fornendo, secondo l’accusa, prove decisive. A partire dalla natura dell’accordo economico che lo legava a Salvatore Buzzi, una partnership iniziata nel 2012 grazie all’intermediazione di Riccardo Mancini, ex ad dell’ente Eur. «Lei ha detto che in quel caso il 50% degli utili spettava a lei - chiede con insistenza Ielo - Ma cosa faceva in quel cantiere dell’Eur?». «Di fatto non facevo nulla», risponde Carminati, che quei guadagni virtuali, accumulati solo con la sua presenza, «la mia provvista», inizia ad investirli nella coop di Buzzi. Tanto che, senza mai tirare fuori un solo euro, il giorno dell’arresto, come raccontò il ragionere della cooperativa Paolo Di Ninno, aveva accumulato un credito di un milione di euro. Insomma un bel po’ di «sacchi», per dirla alla Carminati.

LA GUERRA DI CARMINATI
Per il resto il copione è lo stesso del giorno prima. Da una parte gli irriducibili degli anni 70, i fascisti che non “accannerebbero” mai un fratello in difficoltà, come fece Gianni Alemanno costituendosi parte civile contro Riccardo Mancini. Dall’altra il resto del mondo, dove un buon nemico come il pm Luca Tescaroli, «l’unico più cattivo di me in questo processo», è sempre meglio di un pessimo amico, «di quelli che ti giri e ti danno una zaccagnata». Soprattutto ora che la battaglia è diventata una faccenda personale. «C’era una guerra e noi stavamo in guerra col resto del mondo. A me non fa paura nessuno. Io posso stare solo contro tutti. La guerra per me non è mai finita. Io sto al 41 (regime carcerario di massima sicurezza ndr), sono l’unico. La faccio da solo la guerra. Non c’ho bisogno di nessuno. Me se litigano per ammazzarmi, ma io sto qua. Sarà dura per loro».

LE ACCUSE CONTRO IL ROS
Loro chi? Non si sa. Di nomi, Carminati non ne fa, anche perché la premessa è sempre la stessa: «Non parlo di persone fuori dal processo». Di sicuro Carminati non ce l’ha coi suoi nemici del processo, quelli che nelle testimonianze lo hanno accusato. Come Cristiano Guarnera o il titolare di un autosalone Luigi Seccaroni, che in un interrogatorio disse di essere stato minacciato per non avergli venduto un terreno di sua proprietà. «Con Seccaroni eravamo amici da venti anni. Grazie a me e a Brugia ha venduto almeno cento macchine. Ci conoscevamo da prima del furto del caveau. Ma è venuto qua a dire che non sapeva chi fossi, che aveva sentito nel quartiere che forse ero uno dei Nar. Io non l’ho mai minacciato», aggiunge Carminati che punta invece il dito sul reparto del Ros che ha curato l’indagine. «Seccaroni è stato costretto a dire una cosa non vera. I carabinieri sapevano che non ho partecipato a quella minaccia. Sono stati sottratti dei dati alla procura. Mi è stata fatta una porcata».

IL MITO DEL CECATO
In aula, oltre ai suoi familiari, c’è anche Maurizio Boccacci, leader di quell’estrema destra oltranzista, che non ha mai rinnegato i suoi valori. Gli unici che contano per Massimo Carminati, che appena può torna a parlare del passato e del suo occhio perso in battaglia il 20 aprile 1981, quando ebbe inizio la leggenda del “Cecato”.  Aveva solo 23 anni mentre si trovava a bordo di una Renault 5 nei pressi del valico del Gaggiolo. Ma il tempo per lui pare essersi fermato lì. O almeno vuole farlo credere a chi lo ascolta. «Non è stato un conflitto a fuoco. Ci hanno sparato come cani 145 colpi. Noi non avevamo pistole. Ma erano altri tempi, era giusto che la digos ci sparasse. Per me è una ferita di guerra. Chi è interessato sa come sono andate le cose. Sa che non mi sono costituito parte civile. Erano le regole d’ingaggio di quei tempi. Non sono andato a lamentarmi. Mi sono fatto la mia galera, 40 interventi di ricostruzione. Ma la morale mia sono fatti miei. Io voglio rispondere in questo processo dei reati che mi sono contestati».

LA BANDA DELLA MAGLIANA E IL GIUDICE FALCONE
Per farlo, però, Carminati è costretto a sfatare tutti i falsi miti sul suo conto. A partire dalla sua appartenenza alla Banda della Magliana, che lui nega con forza. «Gli unici che non si sono arricchiti con la banda della Magliana sono quelli della banda della Magliana. Franco Giuseppucci abitava a 50 metri da casa mia, eravamo amici da prima della Banda. Poi ho conosciuto anche gli altri, erano bravi ragazzi. Ma io con la droga non ho mai voluto avere a che fare», assicura Carminati, che in aula si diverte a giocare con le voci sul suo conto. «Io sono stato killer della P2, killer dei servizi segreti. Io sono stato qualunque cosa. La strage di Bologna…mi hanno accollato tutto. Ero l’anello mancante tra la realtà politica e la realtà criminale. Una volta mi accollarono un reato in Sicilia. Presi l’avvocato e andai dal giudice Falcone a Palermo per farmi interrogare. Falcone aveva un’intelligenza che sprizzava dagli occhi. E mi disse: no Carminati, ci siamo sbagliati, è stato un errore, non c’entri un cavolo. Alla fine chiudemmo l’interrogatorio in dieci minuti. Querelai Repubblica e vinsi una ventina di milioni».

MARCO CARTA

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