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Carminati parla in aula ma soprattutto di sé

MAFIA CAPITALE

ROMA Non vuole essere chiamato il Nero, come il suo alter ego di Romanzo Criminale. Ma nemmeno il Samurai. “La spada che mi hanno trovato serve per sfilettare il tonno”. Perché per Massimo Carminati, quello che conta veramente rimane l’ideologia e la strada. “Gli anni migliori”, come li chiama lui, quelli in cui era ragazzo e tutto era più vero. “Sono un vecchio fascista degli anni 70 e sono contento per quello che sono. Non ho nulla da nascondere ”. Un criminale, si. Ma con dei valori. Non come quelli del mondo di sopra che ora vorrebbero giudicarlo. “Nel nostro mondo non abbiamo dieci comandamenti, ne abbiamo 3. Ma almeno li rispettiamo”.Nel giorno più atteso del processo Mafia Capitale, giunto alla 196esima udienza, Massimo Carminati, per la prima volta in un’aula di tribunale, decide di sottoporsi all’esame difensivo. E parlare. “Anche se non avrei voluto”. Ma per difendersi dalle accuse della procura, secondo cui sarebbe a capo di un’associazione mafiosa, si ritrova ad inseguire per tutto il giorno la sua rappresentazione mediatica. Un mito che lui stesso vorrebbe decostruire, prendendo le distanze dai libri e dalle fiction che lo vedono come protagonista. “Mi offendo quando dicono che sono dei servizi segreti. Sono diventato una macchietta ed è una cosa che non mi fa per nulla piacere”. Ma che, quasi per paradosso, finisce per rafforzare. “Senza di me questo processo sarebbe una farsa”, dice quasi all’inizio del suo interrogatorio, Massimo Carminati, che subito chiarirà la sua strategia difensiva, che non sarà la stessa di Buzzi. “A Salvatore voglio bene. Ha fatto una scelta processuale, lui si è tagliato tutti i ponti”. Non come lui, che non tirerà in ballo terze persone. “Dirò solo cose che servono a difendermi, non che servono per accusare altri”.

IL RAPPORTO CON BUZZI

Per il re delle coop, Carminati usa solo parole d’affetto. Lo descrive come un “comunista” vero. Un socio d’affari. Ma non un sodale. Tanto che in una delle vicende contestate dalla procura, quella relativa alla realizzazione del campo nomadi di Castel Romano, Carminati ammette di avergli fatto la “cresta”. “Buzzi era un grandissimo imprenditore, per lui l’importante era fare il campo, il lavoro doveva costare 500mila euro”, aggiunge Carminati, che escogita un piano: pattuire con il costruttore Agostino Gaglianone, titolare della Imeg, una somma inferiore, quasi la metà, e tenere la differenza per lui, all’oscuro di entrambi. “L’ho pagato senza mettere una lira. Sono molto bravo coi soldi, molto più bravo di quello che si pensa, ma non ho fatto nulla di illegale”, dice Carminati, che in questo modo cerca di smontare un’altra delle ipotesi della procura: quella che Agostino Gaglianone sia un suo prestanome. “Se io non avessi avuto la parte civile del processo al furto al caveau, che voleva 20 miliardi, mi sarei aperto la partita iva e ci avrei pagato le tasse”. Invece, i soldi vengono contabilizzati all’interno del fatturato delle coop di Buzzi. Che di fatto, si trasformano nella banca privata del “cecato”. 

ALEMANNO E LA DESTRA

La vicenda del Campo Nomadi da la possibilità a Carminati anche di approfondire i suoi rapporti con l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno. L’amministrazione, infatti, dopo aver commissionato i lavori a Buzzi, non glieli paga. “Il comune ci ha truffato. Ci hanno fatto fare un lavoro sapendo che non avrebbero pagato. Ma questa - aggiunge con soddisfazione Carminati - è la prova che non conosco Alemanno e Antonio Lucarelli. Altrimenti gli avrei buttato giù la porta a calci”.  L’immagine non è delle migliori, soprattutto per chi, come Carminati, deve difendersi dall’accusa di mafia. Ma delle iperboli, lo ammette lui stesso, non riesce proprio a farne a meno. “Nel mondo di sotto se fai una cosa si paga,  questi del mondo di sopra sono tutti dei sola”. Tutti tranne Riccardo Mancini, un amico vero, con cui aveva condiviso i favolosi anni 70. Quelli della destra neofascista. Dei camerata disposti a tutto, pronti ad aiutarsi nel momento del bisogno. “Nel 2011 lavoro e lui mi mise in contatto con Buzzi”, che aveva un appalto all’Eur. Di fatto è un’imposizione per l’ex presidente della 29 Giugno, che, diversamente, avrebbe perso l’appalto. Ma per Carminati è la prova che mai avrebbe potuto minacciare Mancini per farsi pagare le fatture dei lavori, che lui e il suo socio Buzzi avevano svolto per conto dell’ente Eur, di cui Mancini era ad. E pazienza se le intercettazioni agli atti, descrivono un quadro diverso:“o famo strilla’ come un’aquila sgozzata”. Per Carminati, sono solo cretinate dette al telefono. “Mancini, se lo minaccio, me mena. Pesa 200 chili. Ci vogliamo bene, nonostante abbiamo fatto vite diverse. Quando ci vediamo, ci ricordiamo di quell’esperienza che ha condizionato la nostra vita. Eravamo ragazzi, facevamo cose più grandi di noi. Abbiamo visto molti amici morire in maniera violenta. E quando c’è un momento di difficoltà uno aiuta l’altro. Questa è stata la nostra storia”.

Fratellanza, militanza, ideologia. Valori che, a parte Mancini, Riccardo Brugia e Carlo Pucci, non lo legherebbero a nessuno degli altri presunti membri del sodalizio mafioso. A partire da Roberto Lacopo, il benzinaio di Corso Francia, considerato il suo quartiere generale. Fino a Matteo Calvio. “Ma quale Spezzapollici. Lui si presenta male, gli piace fare il pregiudicato, il malavitoso. Ma non lo è”.  Da loro, Carminati prende le distanze quasi con disprezzo, non ritenendoli all’altezza del suo spessore criminale. “Sono stato tanti anni in carcere. Ho conosciuto quasi tutti i pregiudicati italiani. Conosco Michele Senese perché è stato in cella con me, ma non ho mai fatto affari con lui. Conosco tanti criminali di Ostia, ma non Carmine Fasciani. Mentre l’unico Casamonica che conosco è Luciano. Ha fatto la guardiania del campo nomadi". Le precisazioni, in questo caso, sono d’obbligo, per confutare le ipotesi investigative suggerite dai testimoni Roberto Grilli e Sebastiano Cassia, che nei loro interrogatori lo avevano affiancato ad altre organizzazioni criminali. “Grilli passava al negozio, sapevo che faceva lo spacciatore. Ma ho sempre tenuto le distanze. Per il traffico di stupefacenti ho un’ostilità preconcetta. La droga mi fa schifo per principio. Il suo avvocato, Capograssi,  era l’avvocato di Abatino (il pentito della banda della Magliana ndr). Gli ha detto tira in ballo Carminati cosi prendi la protezione”. Quando Carminati parla, il suo passato, che rivendica con ostinazione, di continuo si mescola al presente. Fino a divenire la spiegazione di tutto. “Dopo che mi hanno sparato ho sviluppato una mania ossessiva. Sapevo che ero pedinato. Ho sempre vissuto sotto il controllo delle forze dell’ordine. Ho un occhio solo, ma quello vede bene”.

MARCO CARTA

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