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Il futuro in Iraq resta vischioso

Maurizio Zuccari

L'OPINIONE Quando il premier iracheno, lo sciita Haider al Abadi, annunciava in notturna tv l’inizio dell’offensiva finale su Mosul, in uniforme e scarponi, era d’ottobre. Da mesi, l’offensiva per togliere l’Isis dalla sua roccaforte in Iraq, scardinandolo così dal paese, è andata avanti tra colpi di proclami e sul terreno. Come l’annuncio che sia iniziata la battaglia per Mosul ovest. A tozzi e bocconi, benché – o perché – all’offensiva finale partecipi una congerie di forze che vanno dalle truppe regolari irachene ai gruppi sciiti filoiraniani, dai ribelli già baathisti nostalgici di Saddam agli italiani (in posizione defilata, a difesa della strategica diga a nord della città), ai curdi. Fino ai turchi scesi in campo per contrastare questi ultimi più che i combattenti islamici, visto che Ankara vede come una peste peggiore del califfato il profilarsi di un Kurdistan esteso dal nord iracheno alle sponde del Mediterraneo. Gran peso dell’offensiva ricasca sulle spalle curde, debolucce anche se sostenute dalle forze speciali Usa, ma l’occasione d’avere uno stato è ghiotta per farsela scappare di mano.

Ma nel paese già s’annuncia un futuro cupo e vischioso come le acque del Tigri che scorre sotto ai ponti distrutti della città. Sulla cartografia ufficiale e Wikipedia l’Iraq – come la Siria – è uno stato con dei confini, un governo. Ma nelle mappe di alti comandi e centri studi è solo una pezza multicolore destinata a restare tale, anche quando la minaccia del califfato si sarà estinta entro i suoi (ex) confini. Come in Siria, del resto. Il nord curdo, con o senza Mosul, chiuso da est e nordovest da iraniani e turchi, il sud sciita e l’ovest sunnita. Ognuno con le sue milizie, i suoi signori della guerra e i suoi referenti internazionali. Con Bagdad al centro di uno straccio di paese che nessuno più immagina riunito, confederato come recita la nuova costituzione, ma spezzettato, mutilato.

In questa balcanizzazione dell’Oriente, dove l’Isis ha giocato le sue carte grazie a sponde occidentali amiche, nuove milizie si stanno armando, in attesa della caduta di Mosul, come pure di Raqqa in Siria. E se qui i gruppi post islamisti già si sono dati una parvenza d’unità – Tahrir Al Sham, sotto la guida dello “sceicco” Abu Jaber – in Iraq è questione di tempo, prima che le milizie ora impegnate pro o contro l’Isis inizino a disputarsene i resti.
Poi la guerra infinita riprenderà sotto mutati nomi e medesime forme in un paese fatto a brani. Intanto l’attacco finale a Mosul è avanti, di là dalle purulente acque del Tigri.

MAURIZIO ZUCCARI
Giornalista e scrittore

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