Fatti&Storie

Un pugno al razzismo novant'anni dopo

LA STORIA

ROMA È una di quelle storie che se non ci fosse, bisognerebbe inventarla. Siamo negli anni Venti, a Roma, in piena epoca fascista. Leone Jacovacci, un bel ragazzo metà italiano e metà congolese, si rivela un talento naturale del pugilato, tanto da arrivare in poco tempo a sfidare e vincere il campione europeo del momento. All’improvviso però tutto si interrompe, il razzismo spazza via sogni e gloria di Leone. Novant’anni dopo tocca al giornalista e scrittore Tony Saccucci provare a riportare ogni tassello al suo posto, grazie al documetario “Il pugile del Duce”, che esce domani nelle sale italiane, prodotto e distribuito da Istituto Luce-Cinecittà, proprio nella Giornata mondiale contro il razzismo.

Saccucci, come ha scovato questa storia?
Naturalmente per caso. Mi è capitato di leggere il libro di Mauro Valeri, biografo di Leone Jacovacci. Mi è bastato poco per appassionarmi a questa incredibile storia. Fatta di fatica, sudore e vittorie, ma anche di infinita pochezza umana per quello che è accaduto  a Leone, boicottato dal fascismo subito dopo essersi laureato campione europeo dei pesi medi, il 24 giugno del 1928. Il regime arrivò addirittura a tagliare dai filmati originali le immagini della vittoria, perché un nero non poteva rappresentare la grandezza italica. Dopo l’incontro il Duce lo fece praticamente cancellare dalla storia d’Italia e inventò il campione bianco Carnera.

Cosa accadde a Leone?
Come abbiamo ricostruito nel documentario, con un lavoro certosino di ricerca negli archivi dell’ Istituto Luce durato quattro anni, Leone letteralmente sparì dalle cronache. È stato complicatissimo scoprire come visse in seguito al 1928. Grazie alla testimonianza della sua unica figlia, sappiamo che contituò a combattere  per guadagnarsi da vivere fino agli anni cinquanta, anche se non con il pugilato, ma con la lotta libera. La figlia si ricorda che da piccola accompagnava il papà e tremava di paura per lui. Ma nonostante la prestanza fisica, era un uomo molto mite, che morì nel 1983 a Milano.

Come visse il trattamento che gli riservò il regime fascista?
Certamente ne soffrì, ma se ne fece una ragione. D’altronde la vita non gli aveva mai fatto sconti: quando nacque la madre morì di parto, a 16 anni scappò dal collegio e partì per l’Inghilterra. Fece il mozzo, girò il mondo e quando tornò in Italia ci mise ben 4 anni per farsi dare la cittadinanza. Parlava 4 lingue, tra cui il romanesco. La figlia ci ha raccontato che mai il padre  aveva pronunciato una parola storta sul suo passato di campione.

Avete già immaginato di trasformarlo in un film vero e proprio, prima che ci pensi Hollywood?
Ci abbiamo pensato, certo, ma al momento manca l’attore che potrebbe interpretarlo. Per ora godiamoci il documentario, che restituisce bene il clima dell’epoca. Voglio sottolineare che l’incontro del giugno 1928 fu il primo evento sportivo trasmesso in radiocronaca. Voglio inoltre ricordare l’autore del saggio Mauro Valeri, che nel documentario indossa i propri panni privati, quelli di un padre bianco che ha sconfitto l’omertà della censura fascista per amore del proprio figlio meticcio, in un continuo intrecciarsi di vite ed esperienze.

Il “nero di Roma”
Leone Jacovacci,  il «nero di Roma», nacque nel 1902 in Congo da padre italiano e madre congolese. Il papà lo portò subito in Italia, prima a Roma e poi nel Viterbese, dove fu allevato dai nonni. A sedici anni prese la via del mare: si imbarcò come mozzo e andò in Inghilterra.

Scoprì il pugilato ed esordì sul ring nel 1920. Era un talento naturale. Dopo numerose vittorie, decise di tornare in Italia, dove faticò 4 anni per farsi riconoscere la nazionalità. Ottenne il passaporto e, il 24 giugno 1928, poté sfidare il campione in carica nazionale ed europeo, Mario Bosisio, apprezzato da Mussolini, vero «campione della razza italica».

VALERIA BOBBI

Articoli Correlati
Fatti&Storie