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Buzzi spara a zero contro il Partito Democratico

Roma

ROMA Da una parte c’è il sistema che si regge sull’omertà  e premia chi dà prova di fedeltà assoluta: «Alfredo Romeo è diventato Romeo dopo il primo arresto». Dall’altra, invece, l’oblio per chi decide di parlare: «Io quando esco finirò a sturare i cessi». Nel sesto giorno dedicato alla sua difesa nel processo Mafia Capitale, Salvatore Buzzi, ancora una volta, ha deciso di mettersi dalla parte delle vittime. E dopo aver accusato, nell’udienza dello scorso 16 marzo, i politici del Pd romano per i contributi e le assunzioni fatte nel corso degli anni, («Ma perché quel giorno non c’era la Rai in aula?», ha detto), ieri ha rincarato la dose, spiegando nel dettaglio come furono spesi anche i 5.000 euro in nero per il congresso del 2013 del Pd: «Abbiamo fatto tesserare 220 persone, tutti nostri dipendenti. Ho acquistato le tessere che costavano 20 euro l’una. 140 voti andarono a Tommaso Giuntella e 80 voti per Lionello Cosentino. Dentro il Pd romano c’erano due partiti almeno nel 2013, lo sanno tutti: Il contributo per Giuntella ci fu chiesto da Micaela Campana e da Umberto Marroni, mentre per Cosentino fu Goffredo Bettini a chiedere a Carlo Maria Guarany».

La vicenda è una delle tante indiscrezioni emerse durante l’udienza dedicata al controesame della procura e delle parti civili, in cui Buzzi, si è ritrovato di nuovo a parlare di Finmeccanica, per spiegare alcune intercettazioni sull’ex dirigente di Ente Eur Riccardo Mancini, accusato di aver intascato una tangente per l’affare sui filobus Breda Menarini. «Io ero preoccupato che non si suicidasse in carcere. Ma quei soldi non li ha presi lui», ha assicurato Buzzi, che in uno dei tanti interrogatori del 2015 aveva fatto il nome del deputato Vincenzo Piso. «Lo confermo, ma non lo dico qui altrimenti mi prendo un’altra querela. Ma se Mancini avesse parlato sarebbe stato meglio per l’Italia».

Quello di Buzzi per le tangenti di Finmeccanica è un chiodo fisso. Tanto da fornire più informazioni su questa vicenda, che sui lati oscuri dell’inchiesta Mafia Capitale. E così, mentre targiversa più volte su Giampaolo Cosimo de Pascale, il carabiniere del Quirinale a cui aveva dato 24 mila euro in cambio di informazioni riservate, nonostante lo ritenesse «un semplice commercialista», al contrario, sull’azienda di stato risponde senza esitazioni: «Massimo Carminati portava i soldi di Finmeccanica ai partiti. Anche a Rifondazione Comunista», ha spiegato Buzzi sollecitato da Giulio Vasaturo, legale di Libera. Ma quelli del “Nero”, secondo Buzzi, sarebbero stati solo gli “spicci”: «I soldi veri giravano sui conti esteri. Per bonificare Finmeccanica dalle tangenti il governo è stato costretto a mettere un poliziotto al vertice».

MARCO CARTA

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