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Buzzi ne ha per tutti per i politici pioggia di accuse

MAFIA CAPITALE

ROMA I politici del Pd che chiedevano tangenti e assunzioni. Ma soprattutto gli amici che hanno voltato le spalle dopo l’esplosione dell’inchiesta Mafia Capitale, definita, ancora oggi, «un errore giudiziario». Salvatore Buzzi ha deciso di non fare sconti a nessuno e nella quinta udienza dedicata alla sua difesa, continua a denunciare in blocco l’avidità della politica romana, che lo ha spremuto fino all’ultimo centesimo, per poi abbandonarlo «quando è arrivata la grandine». Al centro della discussione sono soprattutto gli anni del sindaco Ignazio Marino, quando il consiglio comunale si trasforma «in un mercimonio», dove le coop devono corrispondere ai politici una percentuale per farsi pagare i lavori già effettuati. A partire dalla delibera fuori bilancio con cui dovevano essere accreditati  gli 11 milioni per il servizio Misna. Siamo nel maggio del 2014, ma ai 5 consorzi che hanno già svolto il servizio di assistenza per i minori stranieri non accompagnati ancora non è stato pagato il primo semestre del 2013. In cambio dello sblocco della delibera, Buzzi e gli altri sono costretti a ad accettare un accordo: sborsare 100 mila euro che avrebbero dovuto dividersi l’ex presidente dell’assemblea capitolina Mirko Coratti e il capogruppo del Pd Francesco D’Ausilio. Questo, secondo Buzzi, doveva essere il patto, anche se nella trattativa riescono ad inserirsi anche “il gatto e la volpe”: ossia Luca Giansanti, capogruppo della Lista Marino e Alfredo Ferrari, presidente della commissione Bilancio e consigliere del Pd. «Ci fu una fuga di notizie. Giansanti venne a sapere dei 100 mila euro per Coratti e D’Ausilio. E così mi disse: guarda che se non ce dai 30mila euro la delibera in commissione bilancio non passerà mai. Ci accordiamo anche con loro, ma diamo un ultimatum: o la delibera passa entro ottobre, o non vi diamo più na lira. Per farla breve - sintetizza Buzzi - il 30 ottobre la delibera sarà votata».

IL CASO OSTIA
All’ex presidente Coratti, Buzzi attribuisce un’altra proposta di corruzione da 150mila euro che non si concretizzerà mai, mentre del consigliere Luca Caprari riporta una proposta di scambio su un emendamento di bilancio: «Una cosa che non mi era mai capitata prima - racconta Buzzi ancora stupefatto - Venne Caprari da me e mi disse: c’ho una cosettina sul verde, da 68 mila euro. Te po interessa? In cambio come ve regolate coi consiglieri comunali?». Dall’assemblea capitolina, Buzzi passa al municipio di Ostia ed al suo presidente Andrea Tassone, a cui, secondo il libro “nero” depositato agli atti, nel 2014 sarebbero stati versati circa 33mila euro, tramite il suo collaboratore Paolo Solvi. «Solvi me lo ha presentato Tassone il 7 maggio 2014 - ricorda senza esitazioni Buzzi -  Mi disse, guarda, questo è il mio uomo, rapportati con lui. Poi, sempre quel giorno mi chiese un contributo di 5mila euro per Enrico Gasbarra per le elezioni europee. Tassone ad Ostia aveva il problema di doversi misurare sui voti di preferenza con D’Ausilio che sosteneva invece Goffredo Bettini. Per questo - aggiunge Buzzi - Tassone mi disse: a me servono un sacco di soldi per la campagna elettorale, io ti affido un lavoro di potature e tu in cambio mi dai 30mila euro. Io l’ho rendicontato come contributo elettorale, ma nei fatti era una tangente dato che corrispondeva al 10% del lavoro».

LE ACCUSE A NIERI
Mentre Buzzi parla Tassone e Coratti, presenti nell’aula bunker di Rebibbia, scuotono la testa. Poi i toni si fanno più amari quando Buzzi inizia a prendersela con tutti quelli che gli hanno voltato le spalle, dopo l’esplosione dell’inchiesta. «Mo’ so diventato mafioso e non mi conosce più nessuno. Primo non lo ero e tutti chiedevano le cose. C’è una grandissima omertà politica, capisco le corruzioni, ma nemmeno una turbativa d’asta hanno ammesso. A Luigi Nieri (ex vicesindaco ndr) abbiamo assunto più di venti persone e quando è venuto qua non sapeva nulla. Vergogna Nieri, Vergogna». Buzzi ne ha anche per il presidente del Pd Matteo Orfini, che utilizzava gli spazi della Città dell’Altra Economia per i convegni «senza dare niente per l’affitto». E per Legacoop nazionale,  «che ci ha imposto l’acquisto di 14 appartamenti a Case Rosse», di cui due sarebbero dovuto andare alla Cosma di Massimo Carminati. Un’operazione “di sistema”, di cui era a conoscenza anche l’attuale ministro del Lavoro Giuliano Poletti, per evitare il fallimento della Cooperativa Deposito Locomotive San Lorenzo. «Ci sono decine di ambientali dove Legacoop è consapevole che pagavamo i politici - accusa Buzzi - Come fa ora a mettersi contro di me fra le parti civili? Chiedere i soldi alle coop sociali è come chiedere i soldi ai mendicanti, ma Legacoop non ci ha mai difeso».

LE BRIGATE ROSSE
Nel finale, c’è anche spazio per lo psicodramma. Quando Salvatore Buzzi racconta l’avversione che Emanuela Bugitti, presidente della 29 Giugno, provava per Massimo Carminati. «Era rimasta una brigatista rossa nell’animo». Lo dice scherzando Buzzi, ma oltrepassa, più di tante altre volte, quel limite in cui le parole si trasformano in macigni per chi le ascolta. La Bugitti, che mai si era esposta durante il processo, sente il dovere di intervenire, affrontando il suo passato da ex Br. «Sono sempre stata contraria a Carminati. Ho sempre avuto paura a parlare con gli estremisti di destra. Avevo difficoltà con Carminati e con Concutelli. E’ una mia difficoltà, non ci riesco. In quanto all’essere rimasta brigatista rossa nell’anima non saprei cosa dire. Penso che chi ha sbagliato pesantemente come noi abbia molto poco diritto di parola». Quello della Bugitti sembra uno sfogo estemporaneo, ma non lo è. Solo in mattinata Buzzi aveva esaltato lo spirito della Coop 29 Giugno, «dove potevi trovare Carminati alla macchinetta del caffè che stava con quello che forse quello aveva sparato ad Acca Larentia». Secondo Buzzi, «c’era un’atmosfera bellissima». Ma per chi aveva intorno, probabilmente, era solo un’agonia.

MARCO CARTA

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