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«Con una tartaruga racconto tutta la vita»

Cinema/La tartaruga rossa

ROMA Un naufragio, un approdo su un'isola tropicale deserta e una enorme tartaruga rossa. Attraverso questi tre elementi  si racconta la storia di un uomo e delle stagioni della vita di tutti gli uomini. Come  fa nel sorprendente “La Tartaruga Rossa” (dal 27 marzo in sala) Michael Dudok De Wit, grande regista d'animazione olandese, già vincitore dell'Oscar nel 2001 con il corto “Father and Daughter”. 

Come è iniziata la sua collaborazione con lo Studio Ghibli che ha voluto coprodurre il film?  
È iniziata quando mi è arrivata una lettera in cui mi si diceva che mi  apprezzavano e che mi avrebbero aiutato a realizzare un lungometraggio. Da allora sono andato spesso a Tokyo e ho parlato con molti, soprattutto con Isaho Takahata, cofondatore dello Studio. E a me sembra ancora incredibile tutto questo perché lo Studio Ghibli ha collaborato con molti registi fuori dal Giappone ma far lavorare un regista non giapponese per un loro film è una cosa mai avvenuta prima.

Perché scegliere proprio una tartaruga come protagonista? 
Perché sono esseri come gli umani con braccia, gambe, corpo, testa e chi vedrà capirà che questo era necessario.

Da dove arriva l'idea della storia? 
Dal desiderio di raccontare le stagioni della vita attraverso una  creatura dell'oceano imponente e rispettata, solitaria e pacifica, che dà la sensazione di essere vicina all'immortalità.

C'è una fortissima componente di mistero nel film... 
Nei film dello Studio Ghibli di solito la presenza dell'elemento misterioso è sfruttata molto bene. Ho tentato di farlo anche io, anche se so che il mistero può essere magnifico ma non deve esserlo al punto da sganciare lo spettatore dalla storia. È importante generarlo in modo sottile e senza utilizzare le parole che infatti qui non ho voluto: le immagini e i suoni della natura dicono tutto.

SILVIA DI PAOLA

 

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