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Suicida dopo gli abusi Anni per la sentenza

TORINO

TORINO Aveva soltanto cinque anni quando in Perù subì le prime attenzioni morbose da parte del cugino quindicenne. Poi, dopo sei anni di sofferenze, lasciò il suo paese e raggiunse a Torino la madre. Ma qui il calvario ricominciò, perché fu il patrigno ad abusare sessualmente di lei per tre lunghi anni. E quando la ragazzina trovò la forza di denunciare l’orrore, la famiglia la allontanò da casa. Lei andò a vivere dal fidanzato, ma nel 2006, all’età di 17 anni, decise di togliersi la vita lanciandosi dall’ottavo piano del palazzo in cui abitava. Gli incubi insopportabili del passato si erano dimostrati più forti della sete di giustizia, dal momento che la sentenza di primo grado nei confronti del compagno della madre non era stata ancora pronunciata.

Condanna dopo la morte
Poi la sentenza arrivò, e l’uomo fu condannato a 4 anni e 4 mesi di carcere. Ma il calvario, questa volta giudiziario, non finì lì. Solo dopo 10 anni  la Corte d’Appello di Torino  pronunciò la condanna di secondo grado nei confronti dell’imputato: 3 anni e sei mesi di reclusione. E solo un paio di giorni fa la Corte di Cassazione ha scritto la parola fine sull’amara vicenda, confermando la condanna d’appello. Una conferma giunta 17 anni dopo i fatti e solo 20 giorni prima che la prescrizione cancellasse l’ultima speranza di ottenere giustizia. Giustizia per la vittima, ma non per l’uomo che aveva abusato di lei: assistito dall’avvocato Domenico Peila, l’imputato ha nel frattempo fatto perdere le proprie tracce.

SIMONA LORENZETTI

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