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Mafia Capitale, Buzzi: «Carminati non contava nulla»

Roma

ROMA «Sono qui per difendermi. In passato ho reso cinque interrogatori ma non sono mai stato creduto. Cercherò di dimostrare qui che quanto dicevo era vero». Sereno, ma allo stesso tempo impaziente di fornire la sua versione dei fatti, nella prima delle sette giornate del processo Mafia Capitale che saranno a lui dedicate, Salvatore Buzzi ha deciso di iniziare all’attacco, contestando sin da subito le fondamenta dell’impianto accusatorio:

«Carminati non contava nulla». Camicia rosa e capello fresco di barbiere, la sua immagine appare sgranata sui monitor che trasmettono le telecamere a bassa risoluzione del carcere di Tolmezzo dove è detenuto, mentre la sua voce rimbomba potentemente nell’aula bunker di Rebibbia. L’inizio della sua deposizione è all’insegna dell’ironia, quando l’ex presidente della 29 giugno acconsente alla ripresa della sua immagine: «Tanto ormai il danno è fatto». Poi per circa due ore, Buzzi ricostruisce la nascita della coop con «un approccio storiografico», per contestualizzare meglio i fatti del processo.

Dagli anni 80 passati in carcere, in cui prese la laurea, avviò la prima coop sociale e conobbe anche alcuni dei protagonisti dell’inchiesta, fra cui Gianni Alemanno e Massimo Carminati. Fino all’arresto del dicembre 2014, quando le coop che ruotavano intorno al suo consorzio contavano oltre 2200 fra dipendenti diretti e indiretti e la sola 29 Giugno aveva un fatturato vicino ai 60 milioni di euro. «La 29 Giugno era diventata il fiore all’occhiello di tutta la Legacoop nazionale - afferma più volte orgogliosamente Buzzi -  Avevo rapporti diretti con il direttore di Unipol e di Banca Prossima. Anche Carlo De Benedetti era nostro socio volontario dal 1993».

Mentre parla Buzzi è una tarantola che a fatica i suoi legali Alessandro Diddi e Piergerardo Santoro riescono a domare a distanza, un vero e proprio fiume in piena che le falle tecniche del sistema audio rendono ancora più frenetico: «Dopo il carcere avrei potuto lavorare con Ingrao, ma preferii  restare in cooperativa».  Anche perché la strategia è quella di lasciarlo libero di tentare il tutto per tutto per difendersi dai 35 capi di imputazione, che gli vengono contestati, fra cui quello di essere a capo di un’associazione mafiosa.

L'allegoria del Brunelleschi
Per questo, dopo aver chiarito l’origine dei 6 mila euro mensili che percepiva dalle sue coop,  («Sono di sinistra e prendevo 4 volte lo stipendio di un operaio»), il primo affondo lo dedica alla procura, «che agisce come il Brunelleschi: ciò che è piccolo appare grande e ciò che è grande appare piccolo». Il ricorso al re della prospettiva è essenziale per introdurre i suoi rapporti con Carminati, considerato insieme a lui, il dominus del sodalizio mafioso. Una ricostruzione che Buzzi prova a contestare, numeri alla mano: «Io non rinnego l’amicizia con Massimo Carminati, ma Carminati in coop non contava nulla e lo dicono le decine di intercettazioni. Fra il 2012 e il 2014 gli affari di Carminati hanno inciso per 5,9 milioni di fatturato, a fronte dei 180 milioni di euro complessivi fatturati dalla 29 Giugno. Sento parlare di coop di Buzzi e Carminati: maddechè».

MARCO CARTA

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