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Risiko tra Usa e Cina con la pedina Taiwan

Maurizio Zuccari

L'OPINIONE Zhìliáo, uno scherzetto. Così le alte sfere della Repubblica popolare cinese hanno definito l’arcinota telefonata tra il presidente Trump e la sua omologa della Repubblica di Taiwan. Un piccolo scherzo che ha riportato il tema delle due Cine sotto ai riflettori, facendo riemergere Taiwan, o Formosa, dal retrobottega in cui la storia l’ha relegata. Per trent’anni, fino alla stretta di mano tra Nixon e Mao, nel ‘72, un’isola di pochi milioni d’abitanti ha oscurato un continente di migliaia di milioni, in grazia d’una guerra malperduta e delle logiche della susseguente guerra fredda. Per altri trent’anni l’isola-rifugio delle ultime armate di Chiang Kai Shek è sopravvissuta come fossile politico, residuato postbellico, vedendosi sfilare grado a grado ogni importanza. Ridotta a una seccatura.
Cassata dalla relazione pericolosa innescata da quella stretta di mano, ma ben presente e punto di forza Usa nel risiko del mar cinese meridionale. Finché una semplice telefonata ha tolto dalla naftalina la Cina rimasta anticomunista e palesemente capitalista ma non inglobata dalla madrepatria, alla moda di Hong Kong. Per un momento è sembrato che l’orologio della storia fosse tornato indietro di trent’anni, restituendo all’altra Cina il potere e la visibilità perdute a vantaggio della grande Cina che la considera poco più d’una provincia ribelle, da ricondurre prima o poi nel proprio seno e nell’ovile del comunismo.

Ma come una rondine non fa primavera, una telefonata non cambia la storia, al massimo rabbuia l’orizzonte. Col suo fare machiavellico e pulcinellesco, Trump non ha voluto tanto riconoscere un’isola d’una ventina di milioni di persone e un governo misconosciuto da chiunque non voglia scontentare l’ingombrante vicino, ma gettare Formosa nella contesa con la vera Cina. L’osso del contendere, anche a fronte delle alzate d’ingegno coreane, non è un’isola dimenticata ma la partita globale con l’unico altro pretendente al governo mondiale. Da giocarsi sull’autonomia del debito interno dalle finanze del Dragone, sulla bilancia commerciale e sulla capacità di penetrazione economica, più che sul piano militare, per ora. La Cina mantiene un basso profilo, tipico dell’understatement nell’ex celeste impero. Xi Jinping si limita a farsi paladino del libero mercato globale nell’ora in cui gli Stati Uniti tornano a essere protezionisti & isolazionisti, raggranellando nel contempo ogni residua carica politica e militare come non s’era più visto dai tempi del Grande timoniere. In Cina il tempo non è mai stato un problema, e sul ritorno di Taiwan nessuno ha dubbi. A Washington invece il tempo conta, anche per questo ci si trastulla con la Cina una e bina. La partita a scacchi con Pechino val bene un’interurbana a Taipei.

MAURIZIO ZUCCARI
Giornalista

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