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La compagna di Buzzi: «Penalizzato per il Verano»

Roma

ROMA «A casa nostra avevamo una regola: vietato parlare di lavoro». Non è stato semplice per Alessandra Garrone, la donna che con Salvatore Buzzi ha avuto una bambina, mantenere ieri l’equilibrio per tutto il corso del suo esame nell'ambito del processo Mafia Capitale: più volte la discussione ha varcato il confine labile tra la vita privata e le vicende giudiziarie. «La nostra storia è finita nel settembre 2014», ha spiegato in aula, strozzando più volte le parole fra le lacrime, di fronte a domande in alcuni casi imbarazzanti. «Eravamo conviventi che avevano le proprie vite e non lo dico per prendere le distanze», ha assicurato la Garrone, individuando nel 2009 l’origine dell’escalation corruttiva in cui sarebbe rimasta coinvolta la coop 29 Giugno, in un periodo, quindi, antecedente all’inchiesta giudiziaria. «Franco Panzironi (ex ad di Ama ndr) ci chiese 100 mila euro per una gara per la pulizia del cimitero Verano. Ci rifiutammo di pagare e perdemmo quella gara. Volevo che Salvatore denunciasse la cosa e lo misi in contatto con l’avvocato Alessandro Diddi, ma Buzzi mi disse che non se la sentiva  per non mettere a rischio il posto di lavoro di 1.300 persone».

La tentata concussione, fortemente contestata dai legali di Panzironi, che anche ieri hanno fornito una ricostruzione dei fatti differente, dall’inizio del processo è uno dei punti fermi della difesa di Salvatore Buzzi, la cui successiva ascesa imprenditoriale, sarebbe, però, passata attraverso favori e tangenti a politici e funzionari. Attività in alcuni casi illecite, di cui la Garrone, per sua ammissione, ha solo sentito parlare. Anche, quando, le intercettazioni sembrerebbero descrivere un quadro diverso, come nel caso dell’ex consigliere capitolino Pierpaolo Pedetti, da lei accusato di prendere tangenti: «Quando stava in Sinistra Giovanile proclamava i grandi valori con me, poi oggi piglia i soldi», diceva la Garrone in una conversazione agli atti. «Buzzi mi disse che la società Segni di qualità gli aveva imposto l’acquisto di due appartamenti. Io pensavo che la richiesta arrivasse da Pedetti, invece Buzzi mi spiegò che era partita da Andrea Carlini (ex consigliere Atac ed  ex socio di Pedetti nella società Segni di Qualità ndr)».

Panzironi a parte, le parole più dure della Garrone sono soprattutto per i tanti consiglieri comunali del Pd, che nel corso del processo hanno testimoniato nell'aula bunker di Rebibbia. «Ho provato rabbia quando qualcuno è venuto a dire "io con Buzzi non c’entro niente, ho solo avuto solo 5 mila euro per la campagna elettorale”, come se fosse una cosa scontata. Noi eravamo fagocitati da richieste di denaro e di assunzioni. Era un continuo. Nel periodo della campagna elettorale diventavamo isterici». Al contrario di tanti altri, invece, la Garrone, avrebbe provato a mettere in guardia Buzzi su Massimo Carminati: «Quando ho scoperto che c’erano delle somme in nero destinate a  Carminati, non mi sono preoccupata del profilo di Carminati, ma del fatto che ci fossero dei soldi in nero. Non ne vedevo la motivazione. Litigai con Salvatore, gli dissi di evitare di fare stupidaggini. Ma da quel momento non sono stata messa a conoscenza di niente». Anche se per la procura, anche lei, avrebbe preso parte all’associazione mafiosa. 

MARCO CARTA

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