Libri

L'epopea di Carosello nell'Italia che sapeva sognare

Libri/MARCO MELEGARO

LIBRI C'era una volta Carosello, con la sua tv in bianco e nero, con Calimero, Joe Condor e i bimbi che, almeno per un paio di generazioni, sono andati a letto dopo la trasmissione. Questa storia inizia il 3 febbraio 1957, ormai sessanta anni fa: l'Italia s'è da poco buttata alle spalle la guerra e, assaporarando poco a poco il boom economico, scopre la "reclame". Un viaggio nella tv e nell'Italia di allora che Marco Melegaro, giornalista di SkyTg24, ci pemette di fare attraverso il suo nuovo libro, "Carosello. Genio e pubblicità all'italiana".
Da un lato i tormentoni ed i personaggi celebri delle pubblicità, dall'altro la società che cambiava e cresceva, facendo volare i consumi, mandando l'uomo sulla luna, ballando il twist again e correndo sulla Vespa. Venti anni -tanto durò Carosello, che chiuse i battenti nel 1977 - che cambiarono la televisione e che Marco Melegaro rilegge e racconta attraverso la sua lente attenta ed esperta. Regalandoci un saggio netto, senza sbavature, che riporta tutti inevitabilmente, tra una pagina e l'altra, all'infanzia. Ne parliamo con l'autore.   

Carosello è un pezzo d’Italia che non c’è più. L'antesignano degli spot di oggi ha appena compiuto 60 anni e ci sono intere generazioni a rimpiangerlo. Come ha fatto ad affermarsi come genere televisivo unico e a durare 20 anni?
Dici bene, Carosello, potremmo quasi annoverarlo come un “genere televisivo”. Nasce infatti come rubrica ma diventa un programma. Due le caratteristiche che rendono Carosello quella  che il semiologo Omar Calabrese definì “la trasmissione più nota di sempre”. Era un tipo di pubblicità sui generis che altrove non esisteva. Da nessuna parte del mondo c'erano dei minifilm che precedevano l’annuncio del prodotto reclamizzato. Da un parte c’era una pruderie della politica verso il consumismo che sarebbe sopraggiunto  poi come un blob gelatinoso nelle nostre esistenze. Quella scelta che poteva determinare una “tempesta perfetta” diventa invece una “marcia in più” a disposizione dei talenti individuali che lavorano a Carosello. Questo perché quelle storielline che precedevano i prodotti le scrivevano e realizzavano i nostri migliori autori e i nostri migliori attori. Nascevano così gli indimenticati e ancora attuali tormentoni. Un esempio: lo slogan del Cynar!

I 20 anni di “Carosello” raccontano di una cavalcata nel boom economico dell’Italia. Ma il suo libro ci regala anche un viaggio a ritroso nel tempo, dall’Italia del twist again a Italia-Germania 4-3, dall’uomo sulla luna a Canzonissima. Che Paese era?
Un Paese che, diversamente da oggi, sapeva sognare. A livello individuale e sociale. Gli anni Sessanta, dopo la Guerra e la ricostruzione, credo siano stati il periodo più esaltante in cui ognuno di noi avrebbe voluto vivere. Nonostante Calindri, seduto col giornale in mezzo al traffico, "il logorio della vita moderna" non era ancora così invadente. Certo, l’autostrada del Sole univa l’Italia e spalancava l’idea di una futura motorizzazione di massa. L’industria, poi ha toccato livelli mai raggiunti. Subito dopo il Boom, nel 1966 eravamo i primi produttori europei di frigoriferi. Un anno dopo eravamo i primi produttori europei di lavatrici. Ora quelle aziende hanno cambiato nome e sono in mano ai capitali stranieri. Il mio libro racconta questo perché è necessario fare un viaggio nel costume sociale per capire meglio la pubblicità di Carosello.

Oggi le nostre pubblicità seguono modelli globali, con tempi esigui e corpi perfetti: l’idea di Carosello era invece quella di inserire il messaggio pubblicitario nella Rivista tipica italiana. Possiamo parlare di esempio di made in Italy visto che, come lei ricorda nel libro, anche il Moma di New York lo ha celebrato?
Quello che forse manca alla pubblicità odierna è la capacità di raccontare una storia e dei valori. Ma non ne ha il tempo e quindi stupisce con effetti speciali e mostra subito il prodotto. Le esigenze commerciali dei prodotti del resto cambiano. Le faccio un esempio: una tempo c’era il grande attore Gino Cervi seduto in poltrona o assieme a Fernandel che descriveva  il brandy d’Italia: Vecchia Romagna etichetta nera. Oggi, nello spot di quel brandy c’è una banda di donne scatenate in pista da ballo. Sulla musica del dj Bob Sinclair, alla bottiglia del brandy vengono messe le cuffie... Il modello italiano di fare pubblicità che era criticato nel mondo piacque agli americani che poi lo imitarono perché era completamente diverso dal loro.

I siparietti per vendere lavatrici e frigoriferi erano lo specchio di un Paese che si educava a consumare in conseguenza di una crescita economica. La società di oggi segue invece il crinale di una decrescita economica, ma è schiava dei consumi. Cosa è successo?
Nella pubblicità della Philco, dal fantastico paese di Papalla si passava nel “codino “ in studio. Per far capire che una lavatrice funzionava sempre veniva presa a martellate. La centrifuga continuava infatti sia pur ammaccata a girare. La casalinga era ormai e finalmente una “massaia elettronica” e la concorrenza era enorme. Al di là degli innovativi sistemi di lavaggio, la pubblicità mostrava l’ampiezza e la modernità dei frigoriferi. Oggi si è schiavi dei consumi per conformismo. I dettami della moda e della pubblicità per alcuni sono uno stile di vita irrinunciabile. Si chiama omologazione e tocca o sfiora chiunque. Credo pero’ che l’influenza della pubblicità sui media sia oggi preceduta da quello che si vede su internet e dal passaparola..

Lo spettacolo di Carosello contava sui nomi più importanti dello spettacolo: da Macario a Gassman, da Rascel a Eduardo. Lei cita addirittura Orson Wells: tutti lì alle prese con tormentoni e slogan. Si può dire che quella era una pubblicità che coinvolgeva la ragione, mentre quella di oggi sussurra i suoi messaggi all’emozione?
Credo che Mastroianni e la Vitti siano tra i pochi attori che non cedettero alle lusinghe della pubblicità. C’era il rischio di venire identificati con i prodotti. Lo sanno bene i vari: Paolo Ferrari, Cesare Polacco ed Enrico Viarisio. Anche Alberto Sordi ebbe un rapporto breve con la pubblicità. Fece una sola serie di caroselli per la Gancia; cantava canzoni ma non prendeva mai la bottiglia in mano,  tanto meno la mostrava. Un Orson Wells “doppiato” pubblicizza invece il brandy Stock 84. La ragione superava l’emozione perché creava, come dicevamo prima , delle storie, non sempre efficaci a dire il vero... Poi arrivava il tormentone, piu’ o meno azzeccato, da ricordare..

Carosello sta a Luciano Emmer come…
Luciano Emmer abbandona il Cinema per dedicarsi a Carosello. E’ il papà del programma e l’ideatore della prima sigla. L’uomo che mise in piedi e fece camminare Carosello. Dobbiamo del resto a lui alcune delle piu’ celebri pubblicità. Facis, gli Incontentabili della Ignis sono secondo me fenomenali.

Io le dico la mia preferenza: Paolo Stoppa in uno “spot” di una lavatrice: il video è su Youtube. Il suo?
Per me c’è Calimero tra i cartoni animati che ebbero una straordinaria diffusione a Carosello. Poi, mi piacciono quelle degli anni Settanta: Folonari, Ondaflex, Arrigoni…Mi ricordano la mia infanzia. Ma troppe ce ne sono…

Le pubblicità di carosello erano lunghe. Il messaggio per sponsorizzare la lavatrice, il dentifricio o l’amaro arrivava solo alla fine di una recita che aveva sullo sfondo un’Italia improvvisamente borghese e serena. Come si è arrivati ai dieci secondi di oggi?
Bisognerebbe chiederlo a un pubblicitario…Forse sarebbe meglio arrivare ad un compromesso, ad una via di mezzo. Per quanto io possa esser tuttavia nostalgico, credo che i 2 minuti e quindici dei vecchi caroselli non sarebbero oggi piu’  proponibili.

Il suo  è un atto di riconoscenza verso questa “rivoluzione” in bianco e nero che ha accompagnato, plasmandolo nell’educazione ai consumi, il nostro paese. Ora che Calimero, Pippo l’ippopotamo blu e Joe Condor non ci sono più, come è evoluta la pubblicità?
Una volta la massima attenzione dei pubblicitari, dei “creativi” si fondava sulle mamme e sui bambini. Oggi è tutto affidato al computer e ad eccellenti studi grafici. La pubblicità di oggi è bella ma mi sembra sia senz’anima…

Chi ha ucciso Carosello? Io le dico i miei sospettati: l’avvento della tv commerciale e la fine del boom.
In un capitolo del mio libro, ho girato la domanda al professore universitario di Storia della radio e della Televisione. La riforma del servizio pubblico, l’avvento della Tv a colori e soprattutto quello delle tv private credono abbiano rappresentato una mannaia per Carosello. I tempi erano cambiati e le aziende stesse si rifiutavano di pagare la storiellina che veniva girata in pellicola e il codino dove  bisognava pagare altri professionisti. Carosello ha fatto scuola e spettacolo ma costava troppo! Eppure non è stata solo una pagina di storia televisiva. Per il padre della Nouvelle Vague, Jean-Luc Godard è stato addirittura: “Il miglior prodotto del cinema italiano”. Insomma un prodotto che andava in onda in tv ma essenzialmente cinematografico.

ANDREA BERNABEO

Libri