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Mafia Capitale: «Credito da un milione per Carminati»

Roma

ROMA «Il giorno del suo arresto Carminati vantava nei confronti di Buzzi un credito di un milione di euro». Il ragioniere Paolo di Ninno era considerato l'unico in grado svelare il “tesoro” di Mafia Capitale, ossia la contabilità in nero delle coop di Salvatore Buzzi, in cui venivano annotate anche le tangenti per i politici e i funzionari. E nell’udienza di ieri, non ha certo deluso le attese, decifrando in maniera chiriurgica anche il flusso di denaro che confluiva nelle tasche di Massimo Carminati, attraverso due società, a lui molto vicine, che gestivano due diversi appalti: quello per la costruzione del campo nomadi di Castel Romano e il servizio mensa dei Misna, i centri per i minori stranieri non accompagnati. «Si trattava di fatture per lavori fatti sul serio», ha spiegato di Ninno, che, tuttavia, non è stato in grado di illustrare come Carminati poi rientrasse fisicamente in possesso del denaro. «A Carminati tornavano quei soldi?», ha chiesto più volte indispettita la presidente del Tribunale Rosanna Ianniello, aggiungendo: «Altrimenti sarebbe stata una truffa».

Il sistema Castel Romano
L’investimento più corposo effettuato da Massimo Carminati, che nel dicembre 2014 vantava un credito vicino al milione di euro, sarebbe stato quello per il campo nomadi di Castel Romano, attraverso la Imeg di Agostino Gaglianone. «La Imeg - ha spiegato di Ninno - emetteva alla Eriches regolare fattura per i lavori svolti. E la Eriches bonificava questo importo, poi, nel momento di fare i conti, tutti i pagamenti relativi alla Imeg venivano scalati dal credito vantato da Carminati. In maniera orale il Carminati - ha aggiunto Di Ninno - si era accreditato un investimento di circa 640 mila euro, ma non c’è un pezzo di carta che lo dimostri. Tutti i pagamenti che venivano fatti per per questo cantiere dovevano essere detratti, come se fossero soldi pagati da lui. Tecnicamente non ha una ligicità, io non so come rientrasse dei soldi».

Per il servizio mensa dei centri Misna, invece,  il sistema era molto più articolato, prevedeva l’accantonamento di un euro a migrante, e passava invece attraverso la società Unibar, di Giuseppe Ietto che forniva i pasti. Sono soprattutto questi due appalti ad aver contribuito a creare quel credito milionario vantato da Carminati. Un tesoro che, di fatto, non ha mai potuto riscuotere. L’ammontare delle fatture in suo favore, infatti, si fermerebbe intorno ai 275 mila euro, ma solo in due occasioni di Ninno avrebbe assistito ai pagamenti: una tranche da 8 mila euro (di cui 5mila in contanti e 3mila attraverso il saldo dei regali di Natale) e un’altra di 7 mila euro. «Buzzi mi aveva chiesto di dargliene 10 mila, ma nella cassaforte non c’erano».

Le tangenti ai politici
Durante la sua testimonianza Di Ninno si è soffermato anche sul duro regime penitenziario a cui è stato sottoposto. «Solo al 191 esimo giorno di detenzione ho potuto chiamare il mio legale. Durante i primi giorni a Rebibbia, non mi fu permesso di avere carta e penna. Un altro detenuto mi diede una matita di nascosto. Scrivevo sulla carta igienica, come i brigatisti». Poi, dopo lo sfogo, ha ripreso a snocciolare con estrema precisione, numeri e nomi. Oltre a Carminati, infatti, nello “schema” di Di Ninno, c’è spazio anche per altri dei protagonisti dell’inchiesta. Come l’ex ad Di Ama Franco Panzironi, le cui iniziali compaiono accanto a due presunti pagamenti  (uno da 10 mila euro e l’altro da 15 mila). O Fabrizio Testa a cui sarebbero stati collegati tre pagamenti da 30 mila euro ciascuno, di cui uno attraverso una società immobiliare, e una lista di persone da assumere per conto dell’ex consigliere regionale Luca Gramazio. «Ma quella richiesta non era legata alla gara Cup della regione Lazio». Di Ninno ha fatto sapere di essere anche a conoscenza dei 5 mila euro mensili che venivano dati a Luca Odevaine: «Effettivamente il consorzio pagava 5 mila euro al mese per alcuni appartamenti», e poi ha tirato in ballo anche l’ex presidente del X municipio di Ostia, Andrea Tassone. «Un giorno Buzzi mi comunicò che aveva incontrato il presidente che gli aveva chiesto il 10% sul valore di una gara. Io lo collegai a lui - ha precisato Di Ninno - anche se Buzzi non mi disse mai che si trattava di Tassone».

MARCO CARTA

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