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Renzi tira dritto La minoranza va quasi fuori

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ROMA Il dado è tratto, anzi forse. Matteo Renzi nell’Assemblea del Partito Democratico si è dimesso da segretario dando l’avvio al congresso anticipato, ma nel frattempo c’è stata un’altalena di posizioni nei rapporti tra maggioranza e minoranza. Tanto che a un certo punto sembrava ci fosse un accordo, poi invece la scissione era cosa praticamente fatta, quasi ufficializzata da una nota, e poi sono ripartite e trattative. In vista di domani quando si riunirà la Direzione Pd che dovrà stabilire commissione e regole di congresso e primarie, e si vedrà chi ci sta e chi no. 
In Assemblea Veltroni, Franceschini, Cuperlo, Orlando e altri fanno aperture e appelli all’unità. Renzi ha anche lui fatto appello all’unità, ma ha chiarito che «se la parola scissione fa molto soffrire, peggio della parola scissione c’è solo la parola ricatto. Basta bloccare il partito con i diktat». Alla fine poi il segretario uscente preferisce non pronunciare la sua replica. In mezzo alcune dichiarazioni concilianti di Michele Emiliano, che hanno fatto pensare ai renziani che Speranza e Rossi fossero fuori dal partito, Emiliano no. Ma poi arriva una nota congiunta dei tre candidati alternativi: «È ormai chiaro che è Renzi ad aver scelto la strada della scissione assumendosi così una responsabilità gravissima», mettono nero su bianco. La maggioranza non ci sta: «Era evidentemente una decisione già presa», accusa. Ma dopo la nota ripartono le trattative, «è tutto ancora initinere», dicono, «uno spiraglio ancora c’è». A trattare sarebbe proprio Emiliano, in vista della direzione di domani che deve organizzare praticamente il congresso. Renziha offerto le primarie amaggio, ma se c’è scissione le farà ad aprile. La minoranza dal canto suo se esce dal partito cercherà subito di formare gruppi in Parlamento.

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