Opinioni

Il bivio di Bucarest

Maurizio Zuccari

C’era anche un’incongrua bandiera a stelle e strisce a sventolare in piazza della Vittoria, a Bucarest, accanto ai volti sorridenti dei bambini in spalla ai genitori, coi loro peluche e i gessetti a colorare cartoni. Sui cartelli di tutti, una parola: dimissioni. Alzano il tiro le proteste di piazza, le più imponenti in Romania dalla caduta di Ceausescu e consorte nell’89. Nella capitale, come in altre città del paese, è festa dopo il ritiro del decreto salvaladri. A cui avrebbe dovuto seguire un’amnistia per liberare dalle patrie carceri circa 2.500 pubblici funzionari in galera e altrettanti accusati di reati minori. In soldoni, chiunque abbia intascato una bustarella di poco superiore ai 10mila euro, al cambio del leu, tra cui il leader del Psd e uomo ombra del governo, Liviu Dragnea.

Al di là di nomi e numeri, la corruzione in Romania non è soltanto una questione seria, ma lo specchio di una realtà comune ai paesi dell’est europeo, e non solo. Transparency international, che monitora il tasso d’onestà nell’Ue, colloca il paese al quarto posto tra i più corrotti dopo la Bulgaria, la Grecia e l’Italia. Prima in classifica, anche se nel Belpaese nessuno si sogna di scendere in piazza per questo. Con un salario medio di 500 euro al mese e il più alto tasso d’emigrazione da un paese dell’Unione, la Romania è la cartina di tornasole dei problemi in cui si dibatte l’est europeo che guarda a ovest. Paesi emersi dal crollo del blocco sovietico sognando democrazia e integrazione economica in un’Europa dove, al contrario, spirano sempre più forti venti di crisi e secessioni. Punta avanzata di un’Europa che arranca, i moti di piazza rumeni affrontano nodi difficili da sciogliersi, nell’est post sovietico preda del revanscismo delle destre.
Incapace di utilizzare al meglio i fondi dell’Ue (dove è entrata dieci anni fa), preda di vecchi guasti – dal dramma dei bambini di strada, irrisolto, alla corruzione – la Romania, e con essa l’Est, è al bivio. Stretta tra aneliti di riscatto sociale e democrazia reale che nessun governo di tecnocrati può offrire, in un’Europa che rischia di non esserci più, e l’abbraccio russo che torna a farsi pressante.
Mentre la Nato di cui tali paesi sono divenuti bastioni è minacciata dall’asse Trump-Le Pen, più che dalle mire di Putin. A piazza della Vittoria intanto si canta e si chiede la testa di Sorin Grindeanu, il premier socialdemocratico emerso dalle urne appena un mese fa, che non si sogna di concederla e tiene duro. In attesa che gli infiltrati facciano il loro dovere come nella rivoluzione dell‘89 e gli idranti tabula rasa di sogni, gessetti e palloncini.

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