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"Il narcisista non è solo un manipolatore"

Giancarlo Dimaggio

INTERVISTA. Un uomo spaccone, arrogante, prepotente. Ma anche un altro tipo, in apparenza contrario. Non si mette al centro dell’attenzione, ma non tollera neanche che gli altri lo facciano. Dal collega di lavoro, alla compagna di università, il fidanzato, il medico o anche nostra madre o nostro padre,  Giancarlo Dimaggio, psichiatra e psicoterapeuta, nel suo ultimo saggio L’illusione del narcisista. La malattia nella grande vita (Baldini&Castoldi, euro 16 p.202) ha raccolto storie ed esperienze cliniche delle tante sofferenze che accompagnano chi soffre di questa sindrome. 

Professore, siamo abituati a un’idea di narcisista che somiglia al manipolatore perverso dei casi di violenza e femminicidio. In questo libro lei allarga questa visione. 

Il problema dei narcisisti non è l’autostima grandiosa, quella è solo un meccanismo di compensazione che li protegge dalla vulnerabilità e dalla sensazione strisciante di non valere nulla. Dietro c’è ben altro… 

Come si riconosce un narcisista? 

Il marcatore più evidente è il disprezzo, la tendenza a svalutare gli altri e anche a sentirsi offesi per poco. Inoltre, anche quando apprezzano, lo fanno in maniera idealizzata. Io e te, “noi”, siamo superiori agli altri che sono inferiori. 

E perché si cade in questa trappola? 

Perché il narcisista ci fa sentire speciali. Con lui ci sentiamo bellissimi, apprezzati oltre il normale. Il punto centrale della patologia narcisistica è che al di fuori dell’ammirazione degli altri non esiste, si spegne, si sente vuoto, un bluff. E quindi ha bisogno di essere apprezzato da una persona cui attribuisce grandi qualità. 

Miranda, protagonista del film “Il diavolo veste Prada” sadizza la sua assistente. È normale per il narcisista esercitare questa pressione sulle vittime? 

È normalissimo. Il narcisista non farà mai un vero e sincero apprezzamento del lavoro degli altri. E anche quando raggiunge un successo non è capace di goderselo. È un motore sempre acceso che appena raggiunge una meta ambisce a un livello superiore. Lo pretende da sé ma soprattutto dagli altri. 

Come nasce questa ferita? 

Dalle relazioni familiari. Un classico è quello del bambino che torna a casa e dice: mamma, ho preso 8 nel compito di matematica. E la madre narcisista chiede: ma quanto ha preso il tuo compagno di banco? È uno stile genitoriale che nelle intenzioni dovrebbe  stimolare a fare il meglio in realtà mina la fiducia del bambino.  

ANTONELLA FIORI

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