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Scorsese: Silence, un film sui valori più necessari oggi

Liam Neeson/Silence/Kerry Brown

CINEMA Due gesuiti portoghesi in cerca del loro padre spirituale che (forse) ha abbandonato il cristianesimo nel Giappone del XVII secolo, tra villaggi e coste, signori feudali e samurai con la mission impossible di radicare il loro credo dentro una cultura che nulla ha e avrà mai a che fare  col cristianesimo. La storia dei Silence, fatta di lacrime e sangue, tirata fuori dalle pagine di Shusaku Endo, è vera e Martin Scorsese ci pensa da quasi 30 anni: «La leggevo nell’89 in Giappone,dove lavoravo sul set di Kurosawa e da allora ho sempre voluto portarla al cinema ma non avevo mai i giusti finanziamenti».
Domani il film sarà sui nostri schermi e scopriremo cosa cerca davvero il gesuita con la faccia di Andrew Garfield e che cosa trova quando finalmente raggiunge il suo mentore interpretato dal sempre efficace Liam Neeson.
Intanto il regista così spiega da dove arriva il suo film: «Direi che in questa storia ci sono temi che mi hanno accompagnato per tutta la vita da quando ero bambino, c’è  il racconto dell’arroganza degli occidentali che pensano di poter portare ovunque la loro cultura, c’è la ricerca del silenzio e c’è la religione verso cui  ho avuto e continuo ad avere approcci sempre diversi».
Ma cos’è oggi, nell’era Trump, la ricerca di valori spirituali o semplicemente morali secondo Scorsese? «È qualcosa da urlare più che mai in un’America in cui i lupi arroganti di Wall Street hanno il controllo del paese. È casuale che il mio film esca ora, ma deve essere un modo di dire che pure da questo possiamo riprenderci, suggerendo valori diversi da quelli imposti dall’economia».

 

SILVIA DI PAOLA

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