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Mafia Capitale, troppe udienze da trascrivere

MAFIA CAPITALE

ROMA Due mesi di stop al processo Mafia Capitale per completare la trascrizione delle intercettazioni, senza le quali gli avvocati delle difese non potranno sostenere l’esame degli imputati. È questo il rischio più che concreto che si è paventato ieri nell’aula bunker di Rebibbia, in cui i periti tecnici incaricati dal tribunale hanno lanciato un vero e proprio grido d’allarme, che giunge ad oltre un anno dall’inizio del processo. «Siamo in difficoltà. Noi abbiamo preso un incarico che prevedeva 8 mila progressivi. Ad oggi sono circa 18mila e cento. Il nostro guadagno è di un’euro lordo a pagina».

Su un totale di circa 870 ore di conversioni ambientali, secondo le stime dei periti, ne mancherebbero ancora 220 da produrre. Ma la richiesta di una proroga di altri due mesi, avanzata inizialmente dai tecnici, ha mandato su tutte le furie la presidente del tribunale Rosanna Ianniello, che ha disposto l’integrazione di altri dieci periti per completare il lavoro entro un mese. «Siamo delusi che il lavoro non sia completato - ha detto la Ianniello - È un anno che la perizia è in corso. il Tribunale ha autorizzato 5 proroghe. L’attività istruttoria è terminata, ci sono i detenuti in carcere con le pene sospese. A questo punto non sono possibili proroghe, il lavoro deve essere concluso. E’ impossibile - ha concluso la Ianniello - che un processo del genere si fermi perché 20 periti non riescono ad organizzarsi”.

Nei giorni scorsi, intanto, sono state rese note le motivazioni della sentenza, emessa lo scorso 18 luglio, di uno dei procedimenti connessi al maxi processo. Quello relativo alle presunte irregolarità sulla gara per il Cup, il centro unico di prenotazione della sanità laziale, che vedeva imputati l’imprenditore Mario Monge, condannato a un anno e 4 mesi per turbativa d’asta e l’ex capogabinetto della Regione Lazio Maurizio Venafro, assolto, in quanto, scrivono i giudici della II sezione penale,  «il suo ruolo, non appare andare al di là del segnalare il nominativo dello Scozzafava, caldeggiatogli da Luca Gramazio - che era il capogruppo di Forza Italia - come possibile componente delle commissioni della gare d’appalto». Nel dispositivo i giudici parlano “di pronuncia assolutoria in termini dubitativi” perché, “solo in tale occasione sarebbe stato dato spazio alla richiesta delle forze di opposizione”, e, come evidenziato nelle conclusioni del pm, Scozzafava avrebbe acquisito “un ulteriore titolo, utile alla nomina” solo dopo la segnalazione dello stesso Venafro. «Elementi indubbiamente sospetti - scrivono i giudici - ma che da soli non possono fondare valutazione di responsabilità penale».

MARCO CARTA

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