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Mafia Capitale, il teste è un boomerang per le difese

MAFIA CAPITALE

ROMA «Mi chiamava lo ‘ndranghetista. Ma lo diceva di tutti i calabresi. Così, per scherzare. Con Salvatore Buzzi (in foto) eravamo come fratelli. Mi riempiva d’affetto e d’amicizia». Per l’accusa Giovanni Campennì, indagato per associazione mafiosa in un altro filone dell’indagine, sarebbe l’uomo di collegamento fra il “mondo di mezzo” e la ‘ndrina calabrese dei Mancuso. Secondo i legali di Buzzi, invece, è un semplice imprenditore con dei parenti scomodi, legato all’ex presidente della 29 Giugno da una profonda amicizia e da interessi economici. Sono stati loro a citarlo ieri in veste di testimone nel processo Mafia Capitale, dando vita, tuttavia, ad un’udienza che rischia di trasformarsi in un vero e proprio boomerang per tutte le difese che ruotano intorno all’ex presidente della 29 Giugno, nonostante per cinque ore Campennì abbia cercato di fare luce sulle tante intercettazioni che lo vedono protagonista, allontanando ogni sospetto sulla sua famiglia, legata incidentalmente attraverso due rami alla 'ndrina dei Mancuso.

Con lo zio, il boss della ‘ndrangheta Giuseppe Mancuso, condannato per associazione mafiosa, ha assicurato Campennì, i rapporti sono inesistenti. «È in carcere da 22 anni e non sono mai andato a trovarlo». Così come con il resto del clan: «A Nicotera i Mancuso sono circa 150 tra cugini e  parenti. 150 teste una diversa dall’altro. Ma io ho sempre avuto problemi per lavorare, per questo volevo andare via dalla Calabria». L’occasione sarebbe arrivata nel 2008, dove in un hotel di Vibo Valentia attraverso l’intermediazione di un altro imprenditore nell’ambito del Cns (Consorzio nazionale dei servizi), Campennì conobbe Salvatore Buzzi, con il quale, dopo il nulla osta della prefettura, iniziò collaborare. Prima nell’ambito dei Cara in Calabria, poi a Roma, attraverso la coop Santo Stefano, che si occupava dalla pulizia del mercato Esquilino. «Era un appalto a perdere, tanto che gli operai li ho pagati con i soldi della società di mia moglie. Buzzi non ne faceva regali, lui è cosi. Non gli toccate i soldi a Buzzi».

Nel corso della sua testimonianza, Campennì ha ricostruito con dovizia di particolari molti degli episodi contenuti negli atti giudiziari, come il curioso incontro con il costruttore Marronaro, ansioso di conoscere un vero malavitoso. «Buzzi mi disse, senti ti devi vestire da ‘ndranghetista, perché dobbiamo fare una parata da Marronaro. Ma gli ho solo stretto la mano». Eppure la sua testimonianza non ha convinto fino in fondo la procura su alcuni e decisivi punti. Condannato per tentata estorsione (senza aggravante mafiosa ndr) Campennì ha così spiegato la sua vicenda giudiziaria: «Dopo cinque mesi che non mi pagavano lo stipendio ho chiesto i soldi e mi hanno denunciato». Poi di fronte alle contestazioni del pm Luca Tescaroli, che, leggendo i capi di imputazione, ha fatto riferimento ad una richiesta di pizzo, ha provocatoriamente sentenziato: «Questo è quello che dice la legge…».

C’è poi il giallo dell’incontro con Massimo Carminati, presentato da Buzzi al bar di fronte alla Rai, a dire di Campennì. Che i due si conoscessero è un dato certo, tanto che in una circostanza Carminati al telefono gli pone le condoglianze per la morte del padre. Ma per il “Cecato”  la prima volta sarebbe avvenuta nella sede della coop e in un momento diverso, «dato che nel periodo indicato da Campennì io ero costretto a stare tutto il giorno ai servizi sociali», ha spiegato Carminati.

Per l’accusa è significativo che Massimo Carminati sia intervenuto per rendere dichiarazioni spontanee. Anche perché il “Nero” ha poi provato a correggere il tiro anche su un altro aspetto fondamentale tirato in ballo da Campennì. Quello delle utenze telefoniche riservate, che i membri del sodalizio utilizzavano nella speranza di aggirare le intercettazioni. «Io lo sapevo che Carminati e Buzzi si sentivano con un telefono dedicato - ha detto Campennì in aula - Me ne hanno dato uno a me. Ma io non l’ho mai utilizzato. A Buzzi ho detto stai tranquillo, se vogliono ti vengono a prendere lo stesso». Invece, per Carminati, quella dei telefoni sarebbe stata una sua precisa esigenza, come ha affermato a fine udienza, dopo aver assicurato di non aver mai parlato di affari con Campennì. «Io parlavo solo con Buzzi e Di Ninno. I telefoni dedicati sono stati esclusivamente una mia idea. Li ho forniti io a chi voleva parlare con me. Li usavo - ha specificato Carminati - quando parlavo di soldi». A fornire le schede a Carminati, solitamente meticoloso in ogni aspetto della sua vita, sarebbero stati 4 generici «ragazzi nigeriani che vendevano le borse e che mi davano a 10 euro ‘ste schede».

Il motivo di tanta privacy, ancora una volta, andrebbe ricercato nel suo passato criminale. «In quel momento io ero sottoposto a richieste di risarcimento per il furto al caveau del 1999, parliamo di cifre grosse, quindi, se avessi voluto fare un lavoro che giudicavo legittimo, non volevo rischiare di farmi togliere i soldi. Avevo le parti civili che mi stavano sopra. È una cosa molto semplice. Non li usavo certo per parlare di reati -ha concluso Carminati - sono vecchio e una certa esperienza me la sono fatta. Voglio essere onesto, anche se capisco che onesto in bocca a me può essere un termine improprio».

MARCO CARTA

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