Opinioni

Quanto vale Palmira

Maurizio Zuccari

Nove mesi fa, pareva cosa fatta. Quando tre brigate avevano investito Palmira da altrettante direttrici, liberando l’area archeologica, il castello e la cittadella alla fine di marzo, nessuno avrebbe pensato che il vessillo nero del califfato potesse sventolare ancora sulle rovine del regno della regina Zenobia. Il direttore alle antichità siriane, Maamoun Abdulkarim, in un’intervista sul Corriere si era spinto a dire che insomma, tutto sommato, al di là di un paio di templi, delle torri funerarie e dell’arco di trionfo romani, l’antico centro carovaniero e sito archeologico di primaria importanza non avesse subito gran danno dall’occupazione islamista, nel complesso. E invece l’Isis è tornata in forze con un migliaio di guerriglieri fatti affluire da nord e da est, riprendendosi la città liberata con una controffensiva lampo.
A far saltare i check point sulla via d’accesso da Deir ez-Zour sono bastate le autobombe, ad avere ragione della guarnigione asserragliata sui fortini nelle alture i veterani ceceni che li hanno espugnati in una notte, sotto al naso dei bombardieri russi.

La controffensiva è in atto, e per portarla a termine Assad impiega di gran carriera gli stessi reparti impegnati nella riconquista di primavera. Parte della 4° divisione meccanizzata sganciata da Aleppo, falchi del deserto iraniani, hezbollah libanesi e truppe speciali russe che dovranno contendere ancora vecchie rovine e nuove macerie ai ceffi del califfo. Riaprire la partita su Palmira, forse segnata, è per i miliziani impresa mediatica più che strategica, politica più che militare. Con la sua riconquista l’Isis ha mostrato all’Occidente, a Putin e Assad, quanto ancora possa in termini d’uomini e azioni sul campo, in un momento in cui, da tempo, registrava solo rovesci sui vari fronti di guerra. Con Aleppo sul punto di cadere – solo una piccola sacca d’irriducibili resiste in città – e i miliziani lasciati defluire coi famigli; con Mosul dove il ricompattato esercito iracheno si dissangua stringendo la morsa sui resistenti; con Raqqa dove le avanguardie curdo-statunitensi segnano il passo, sembrava impossibile per i miliziani resistere ancora, men che meno imbastire controffensive di alleggerimento importanti, capaci di mettere alle corde l’esangue esercito siriano e i suoi alleati.
Invece Palmira, la sposa del deserto, come l’appellavano i carovanieri di passo nei primi secoli dell’era cristiana, è di nuovo contesa. La sua sorte è ancora in forse, e la parola fine più distante all’orizzonte, nel ginepraio siriaco.
MAURIZIO ZUCCARI
Giornalista e scrittore

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