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Carminati al pm: "Non mi faccia la morale"

MAFIA CAPITALE

ROMA «Mi si può chiedere l’ergastolo, ma la morale non l’accetto. La mia vita è stata quel che è stata ma io ho sempre pensato che è meglio avere un'idea sbagliata che nessuna idea, come tanti adesso». Ancora una volta Massimo Carminati ha atteso la fine dell’udienza del processo Mafia Capitale per prendere la parola. Ma più che una dichiarazione spontanea, le sue parole sono risuonate nell’aula bunker di Rebibbia come un vero e proprio manifesto esistenziale, della sua vita e degli anni di piombo, arrivato dopo la testimonianza di Lorenzo Alibrandi, fratello di Alessandro Alibrandi, l’esponente dei Nar e suo carissimo amico, morto nel 1981 in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine.

«Non rinnego nulla della mia vita. Ma soprattutto non rinnego l’amicizia con Alessandro Alibrandi - ha esordito Carminati -  Non posso rinnegare i miei amici così faccio contento il dottor Tescaroli, che ogni tanto tira fuori argomenti fuori dal processo (il pm Luca Tescaroli ndr). Lui mi può anche chiedere l’ergastolo, è un suo diritto. Io ammiro anche la sua cattiveria professionale ma non può farmi la morale».

Il “Nero” è un fiume in piena e per spiegare il senso delle sue parole si ritrova addirittura a rievocare la notte del 21 aprile 1981, quella in cui perse l’occhio, mentre cercava di espatriare clandestinamente in Svizzera. «La mia vita è stata la mia vita e l’ho pagata. Non mi sono lamentato quando gli agenti di polizia mi hanno sparato in faccia - ha detto Carminati - mi hanno abbattuto in mezzo alla strada, da disarmato. Perché il conflitto a fuoco la Digos se l’è fatto da solo. Non mi sono costituito neanche parte civile nei confronti degli agenti che mi hanno sparato, perché ho riconosciuto il loro diritto a spararmi. Chi non sa quel che è accaduto in quegli anni, prima di parlare dovrebbe informarsi».

Carminati ne ha anche per Marco Minniti, che, ascoltato in veste di testimone, pochi minuti prima aveva negato la sua appartenenza ai servizi segreti. «Forse per i miei contatti con i servizi segreti dovevate rivolgervi al sottosegretario ai servizi segreti deviati e non al senatore Minniti - ha detto scherzando, per poi concludere quasi amaramente.  «Sono da anni vittima di leggende metropolitane, alimentate dalla stampa. Io mi sono svegliato nel 2010 e ho scoperto che ero stato l’esecutore materiale dell’omicidio del banchiere Calvi. Probabilmente - ha aggiungo Carminati - se non fossi stato detenuto mi sarei fatto pure quel processo. Per troppo tempo sono stato zitto ed ho sbagliato perché dovevo confutare ogni accusa a mio carico. Non ho parlato per quarant’anni - si è poi scusato con la presidente dell’aula Rosanna Ianniello - ma mo’ quando parlo, prende e me parte».

MARCO CARTA

 

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