Opinioni

Se Bob non va alla corte del re

Umberto Silvestri

Non ho la più pallida idea del perché Bob Dylan abbia deciso di non ritirare il Premio Nobel per la Letteratura. Ha semplicemente scritto che ha altro da fare: concerti, incontri, prove, viaggi, incisioni. Insomma, continuerà a fare il suo lavoro, quello che pratica da più di mezzo secolo, da quando, ragazzino ebreo con il nome di Robert Allen Zimmerman, si trasferì a New York con la sua chitarra e tanti sogni nella testa, all’inizio degli anni Sessanta. Da allora  è stato un concentrato di contraddizioni,  grande musica, eccessi, fughe in avanti e marce indietro clamorose che hanno spiazzato più di una generazione tra quelle che hanno avuto la possibilità di amarlo e seguirlo: chitarrista elettrico prima e acustico poi, rocchettaro all’inizio e in seguito menestrello folk, ebreo praticante e  successivamente cristiano, leader dei movimenti di protesta e rock star famosa, ricco ma fustigatore dei potenti.  I suoi capolavori hanno educato alla buona musica, alla letteratura, alla sensibilità per i diritti civili milioni di giovani che hanno ascoltato le sue canzoni. Si è esibito davanti a potenti e santi e ha  ottenuto e accettato più premi di qualunque altro artista vivente: dal Premio Pulitzer, agli Award della musica, alla Medaglia del Presidente. Ma il Nobel no. Non lo vuole o meglio, non vuole ritirarlo dalle mani di un re. D'altronde  si sa, ribelli e menestrelli, buffoni e giullari a corte sono di casa certo, ma solo, secondo la leggenda, per poter dissacrare. E questo, nonostante gli anni  Bob lo sa fare bene.

UMBERTO SILVESTRI
Giornalista

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