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Nel finale di partita che vinca Hillary

Giampiero Gramaglia

Oltre 18 mesi di campagna elettorale, quasi sei mesi di primarie e caucuses da gennaio a giugno, due convention, tre dibattiti presidenziali potrebbero non bastare a mettere la parola fine alla corsa alla Casa Bianca, questa notte negli Stati Uniti, all’alba di domani qui da noi. L’esito del voto potrebbe restare in bilico se un candidato sconosciuto alla stragrande maggioranza degli americani, e a noi ignoto, Evan McMullin, un passato da agente segreto, dovesse imporsi nello Utah, lo Stato dei mormoni. A quel punto, toccherà ai Grandi Elettori ed eventualmente alla Camera districare la matassa.

È un’ipotesi surreale, come surreale è stata buona parte di questa campagna, mediaticamente segnata dai tweet e dagli insulti di Donald Trump, candidato repubblicano a dispetto del suo partito, mentre discorsi e programmi della candidata democratica Hillary Clinton non bucavano né lo schermo né i social. La più grande e la più antica democrazia moderna ha dato una pallida immagine di se stessa.

Il finale di partita, poi, ha visto l’Fbi diventare protagonista: a dieci giorni dall’Election Day, ha riaperto un’inchiesta, archiviata a luglio, contro Hillary, per il cosiddetto emailgate, l’utilizzo di un account privato quand’era segretario di Stato invece di quello ufficiale; e domenica, a due giorni dal voto, l’ha richiusa, confermando il ‘non luogo a procedere’, ma lasciando in tutti la sensazione di non avere avuto il tempo necessario a vagliare le migliaia di mail, e forse centinaia di migliaia, di mail recuperate.

Dopo una settimana di fibrillazioni, la bomba della riapertura dell’inchiesta s’è rivelata un petardo: esulta la Clinton, protesta il suo rivale, tirano un sospiro di sollievo i mercati, mentre i sondaggi, indipendentemente dall’annuncio dell’Fbi, già segnalavano un rimbalzo dell’ex first lady dopo una settimana di flessione.

Oggi, si vota per il presidente e il vicepresidente e per rinnovare parzialmente il Congresso: tutta la Camera, 435 seggi – oggi, 247 repubblicani e 188 democratici -, e un terzo del Senato, 34 seggi – 24 repubblicani e 10 democratici - su 100 – oggi, 54 repubblicani, 44 democratici e due indipendenti che votano per lo più democratico –, oltre a 12 governatori - sette democratici e cinque repubblicani - su 50. Tradizionalmente, ci sono, inoltre, migliaia di consultazioni statali e locali e decine – o persino centinaia - di referendum statali e locali.

Un pronostico? Un auspicio, piuttosto: io spero che vinca Hillary e ho il terrore che vinca Trump. Non sono di quelli che spero che vinca la Clinton perché e la meno peggio dei due: la considero preparata, esperta, competente e, come presidente e comandante in capo, affidabile: una secchiona che studia a casa e fa bene nei compiti in classe. Certo, ha nei e difetti: è donna di potere; ha scheletri nell'armadio e opacità in bella mostra; e non è simpatica, comunicativa, empatica. Ma Trump sarebbe una disgrazia, per l’America e per il Mondo.

GIAMPIERO GRAMAGLIA
giornalista

 

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