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Mazzola sta con De Boer Per lui Frank non si discute

L'intervista

CALCIO Inter-Torino, una partita particolare per Sandro Mazzola. Suo padre Valentino fu una delle leggende del grande Torino, negli anni Quaranta la squadra più forte al mondo. Sandro non è mai riuscito a vestire quella maglia, non lo vollero. E lui diventò la bandiera della Grande Inter.
Signor Mazzola sabato si gioca Inter-Torino...
Partita complicata per l’Inter, con il Toro sarà davvero dura.
Cosa succede ai nerazzurri?
Discorso complesso. I giocatori di valore ci sono, Mauro Icardi sopra tutti. Un attaccante che ogni grande squadra vorrebbe e che mette paura agli avversari. Poi l’allenatore è validissimo, anzi è davvero fortissimo. Il problema è che i calciatori devono capire e metabolizzare quello che De Boer vuole da loro.
Finora non è successo...
Questo non è del tutto vero. Ho visto fare all’Inter cose davvero importanti, purtroppo solo a sprazzi. Manca ancora un po’ di convinzione. Poi i giocatori, forse ancora frastornati dai cambiamenti introdotti dall’olandese, quando si trovano in difficoltà spesso vanno in tilt.
Quindi Lei crede nella bontà del progetto Di De Boer?
Sarebbe un errore gigantesco cambiarlo. È uno che può fare la storia all’Inter. L’ho conosciuto come giocatore, è uno che sa di calcio. Lui ha sempre creduto nella tecnica, nella velocità, nella voglia di giocare, nel collettivo.
Magari però il calcio  in Olanda è un po’ diverso...
Non esiste, il calcio è calcio dappertutto. Magari il suo fare è troppo ossessivo e deve trovare un equilibrio e i giocatori affidarsi a lui. Quando arrivò Helenio Herrera all’Inter, all’inizio non fu facile. Era una situazione analoga. Picchi giocava da terzino, io dribblavo a centrocampo e lui diventava matto e me ne diceva di tutti i colori. Quando abbiamo cominciato a seguirlo, beh sappiamo tutti come è andata a finire.
Però il tempo è tiranno...
Sì, bisogna fare in fretta, non si può buttare via un’altra stagione. Certo la società deve avere un ruolo importante in questo momento. Capire se i giocatori possono “digerire” De Boer, i suoi metodi, il suo calcio. Spero di sì.
 Il Torino come lo vede?
Davvero una bella squadra, ben guidata, con ottime individualità,  che sta giocando mettendoci cuore e polmoni. Insomma, come accennavo poc’anzi un avversario davvero difficile da incontrare in questo momento, non solo per l’Inter.
 Lei, nonostante suo padre, al Torino non è mai riuscito a giocare.
Quando ho compiuto 18 anni volevo solo il Toro. Mia madre si era risposata e il mio nuovo papà, una grande persona, corretta ma tosta, andò dal presidente granata Ferruccio Novo per parlagli ma lui si negò. Mio padre però riuscì a scovarlo e lo affrontò: gli disse che non era lì per i soldi che ancora dovevano a mio padre Valentino, ma per me. Novo promise che mi avrebbe fatto seguire ma non si fece vivo nessuno.
 Qualche aneddoto...
Avevo giocato contro il Real e volevo la maglia di Di Stefano, Puskas si avvicinò e mi diede la sua e mi disee: «Ho giocato contro tuo padre e tu sei degno di lui». Piansi come un vitello. È la maglia a cui tengo di più. Un altro ricordo indelebile, una gara proprio contro il Toro: credo fosse il 1966, so che mancavano tre gare alla fine del campionato. Dovevo tirare un rigore a Lido Vieri che era anche il portiere della Nazionale e mi conosceva perchè ero io il rigorista. Picchi, che non superava mai la linea di centrocampo, venne da me e tra lo stupore di tutti mi lucidò la scarpa con la sua maglietta. Segnai, era scudetto. Ballai il valzer in campo con Domenghini fin sotto la tribuna d’onore.

COSIMO CROCE

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