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Ignazio Marino: “A Roma bruciati 10 miliardi in un anno”

L'intervista

ROMA Una volta “cassato” l’affaire scontrini, l’ex sindaco “marziano” di Roma Ignazio Marino ha scelto Metro per raccontare la sua versione dei fatti su quanto accaduto nella Capitale dopo la drammatica chiusura della sua esperienza in Campidoglio.

«Sono convinto che il danno più grande non è stato fatto a me, ma ai romani. Il calcolo di quanto il mio allontanamento forzato condotto dal premier e dal Pd è costato alla Capitale e all’Italia, nel quinquennio che abbiamo davanti, ammonta a 10 miliardi di euro e a 20 mila posti di lavoro in meno».

Da dove nasce questo calcolo?
Sono dati semplicissimi: lo stadio della Roma che ha un valore di investimento straniero di 2 miliardi di euro; 7 miliardi di investimenti privati e pubblici per le Olimpiadi; un miliardo per le opere della città della scienza, la riqualificazione del Flaminio, la riqualificazione dei Mercati Generali e quella delle torri all’Eur; per non parlare dei mancati introiti derivanti dalla valorizzazione del patrimonio immobiliare. Tutti progetti fermi o abbandonati. E ancora: il nuovo ciclo dei rifiuti che non parte. Con la mia giunta era pronta la posa della prima pietra per il primo impianto di bio-digestione, che avrebbe consentito di smaltire circa 50 mila tonnellate di rifiuti organici l’anno producendo energia.  Non è stato più fatto nulla nemmeno sull’alienazione delle quelle aziende, più di 20, che non servono ai romani ma sono servite nelle ultime decine di anni a elargire posti ad amici, familiari e parenti.

La politica è ancora nei suoi pensieri?
Lo è dai tempi del ginnasio, come contributo alla società. Oggi anche alla luce del mio impegno medico e istituzionale, non posso esimermi dall’esprimere un’opinione sul presente, ad esempio sul disastro della sanità del Lazio. Spesso mi occupo di pazienti che non trovano risposte adeguate a causa dell'impoverimento delle risorse destinate agli ospedali. Abbiamo pronto soccorso indegni di una capitale del G7. Ascolto i racconti di infermieri e medici che sono privati degli strumenti fondamentali per fare il loro lavoro. Giorni fa il primario di cardiologia di un importante ospedale romano mi diceva: “Potrei sostituire 150 valvole cardiache ammalate ogni anno, ma abbiamo risorse solo per 50 pazienti”. Il suo aiuto suggeriva con triste sarcasmo: “Forse la politica vuole che siano scelti in base alle telefonate dei politici che riceviamo”.

Come giudica il No alle Olimpiadi?
Come una gravissima perdita, un’ammissione di incapacità di governo. Se uno dice “c’è l’opportunità di un investimento di 7 miliardi per Roma, ma non lo voglio perché temo che questi soldi diventino un patrimonio male utilizzato o usato in modo illegale”, vuol dire che ha paura di se stesso. È come quel chirurgo che sapendo che c’è un fegato che può trapiantare in un malato, si inventa che quel giorno ha l’auto guasta e non può andare in ospedale. Non è prudenza, io la chiamo incapacità, o paura.

Il progetto poi stava cambiando, il Coni sembrava pronto a trattare.
Tutto va ricondotto al momento del forzato allontanamento della mia Giunta, che aveva coinvolto uno dei più grandi esperti al mondo di Olimpiadi, Enric Truno, già curatore dei Giochi di Barcellona nel 1992, sostenendo l’idea di Olimpiadi moderne che offrano un lascito importante per la città, al di là dell’evento sportivo. Con lui e con un grande urbanista come l’ex assessore Giovanni Caudo avevamo elaborato un progetto che avrebbe determinato un eredità importante per i romani, proprio come richiesto dal presidente del Cio, Bach, alle città che si candidano. Il progetto prevedeva la riqualificazione di un triangolo che dal Foro Italico si sarebbe sviluppato lungo le rive del Tevere, con un grande parco fluviale a disposizione dei cittadini, e la riqualificazione delle ex aree industriali abbandonate per creare una città della giustizia come a Torino. Ciò avrebbe consentito di svuotare gli uffici fatiscenti di piazzale Clodio, avrebbe dato una sede dignitosa a magistrati e avvocati, e avrebbe riqualificato un’intera area con una nuova metropolitana incrociata con la A, perché di fatto il treno Roma Viterbo una volta potenziato, avrebbe consentito di raggiungere i nuovi uffici senza prendere l’auto. E tutto questo non si è realizzato per motivi che non riesco nemmeno a spiegarmi. Ciò dà la misura dell’inefficienza di una classe dirigente che non ha a cuore la capitale del Paese.

Lei per chi ha votato alle amministrative?
Non l’ho mai detto e non lo dirò, anche perché come sindaco uscente, diciamo non spontaneamente, ho pensato che fosse giusto non esprimermi. Anche se poi la politica è esilarante. L’altro giorno il premier, come il miglior Benigni, ha fatto ridere in studio, e fuori dallo studio, a casa, l’intero pubblico di una trasmissione televisiva (Politics, ndr), quando ha affermato che io mi sono dimesso di mia volontà. Dovrebbe un po’ far pace con se stesso, e come fanno alcuni medici, dovrebbe analizzare i fatti con rigore intellettuale, sincerità e umiltà.

Come si fa a prescindere però dalla politica e dai partiti per governare?
Io considero partito gli elettori, ma troppo spesso i partiti sono le correnti.

Non teme di entrare a farne parte anche lei? D’Alema è stato tra i pochi nel Pd che l’hanno chiamata dopo l’assoluzione per il caso scontrini.
Con D’Alema ho un rapporto che risale agli anni ’90, quando non immaginavo neanche lontanamante che un giorno sarei stato eletto senatore. Quando poi, anche su suo impulso fui eletto come indipendente, abbiamo avuto anche momenti di disaccordo totale. Come quando corsi contro Franceschini e Bersani per la segreteria del Pd. Ma la statura delle persone si misura in questo: al di là delle discussioni e  delle visioni diverse, tra me e lui c’è sempre stato rispetto, oltre a un rapporto di stima e di amicizia. L’opposto del mondo delle correnti, dove, senza fare nomi, abbiamo tante figure che a seconda di chi è stato capo del partito sono state di volta in volta, Veltroniane, Bersaniane, Lettiane, Renziane ecc. E lo dicono con orgoglio!

Sui criteri di selezione del nuovo Senato cosa pensa?
Che sia un passo in avanti in negativo rispetto alla riforma di Berlusconi bocciata dagli italiani. Allora fu collegata alla legge elettorale definita Porcellum, che ha consentito di eleggere l’attuale parlamento, dichiarata dalla Consulta incostituzionale. Ci sarebbe da fare un ragionamento su come un gruppo di parlamentari dichiarati dalle Suprema corte eletti con una legge incostituzionale, decidano di cambiare la Costituzione. Sarebbe come se in un ospedale arrivassero i Nas e dicessero: “Qui nessun primario ha la laurea e non ha diritto di esercitare” e gli stessi primari rispondessero: “Sì, ce ne andiamo, ma prima riscriviamo tutti i trattati di medicina”. Ma con l’attuale riforma costituzionale, siamo addirittura al ribaltamento del voto: ogni regione potrà portare un sindaco al Senato. Il buon senso suggerisce che dovrebbe andarci il primo cittadino che avuto il riconoscimento popolare più ampio, ad esempio Raggi per il Lazio e Sala per la Lombardia: ma si immagina la maggioranza del governatore Maroni in Lombardia che vota Sala o quella di Zingaretti che vota Raggi? E allora questo che cosa è rispetto al mandato popolare se non un inganno?

Lei naturalmente voterà no al referendum costituzionale.
Io ritengo dal 2009 che ormai il Paese sia maturo per un sistema monocamerale e quindi con la reale abolizione del Senato. Con questo referendum dire “no” o “sì” a 47 quesiti diversi è troppo. Magari posso essere d’accordo con quella parte di riforma che si occupa di un’equa distribuzione del servizio sanitario su tutto il territorio nazionale, o con l’abolizione del Cnel. Ma non lo sono sul fatto che per il Senato non ci sia più l’elezione diretta del popolo, con i senatori che conservano l’immunità parlamentare, e che possono avocare a se il diritto di discutere le leggi, perché bastano 30 firme per richiedere che un provvedimento in discussione alla Camera vada anche al Senato. Questa riforma se l’è intestata il governo, inutile girarci intorno, ma un provvedimento di riforma costituzionale lo deve fare il Parlamento o un’assemblea costituente, non l’esecutivo.

Sullo stadio della Roma sembra che il progetto non è decaduto ma sarà ridimensionato.
Non lo so perché non me ne sono più occupato dall'ottobre 2015, quando fui costretto a lasciare la guida della Capitale. Ma eravamo pronti per la posa della prima pietra entro la primavera del 2016. Così come eravamo pronti a proseguire il tracciato della metro C e arrivare a incrociare la linea A con San Giovanni entro il 2016. Mi pare che il 2016 ormai stia volgendo al termine...

Cerroni e Malagrotta. Il presidente della commissione ambiente ne ha parlato come di un player fondamentale con cui bisogna confrontarsi. Che effetto le fa sentir parlare di Cerroni come di un player?
Cerroni, quando fui eletto, venne da me e mi disse con franchezza che dagli anni ’60 aveva incontrato tutti i sindaci, da quelli- così disse- voluti da Giulio Andreotti, sino agli ultimi eletti dal popolo: Rutelli, Veltroni, Alemanno. E a tutti spiegò la stessa cosa: “Lei da sindaco ha già tanti problemi, lasci che gliene risolva uno io. Lei avrà un problema in meno e la città sarà sempre pulita. Non se ne pentirà”. Devo dire che con la sua franchezza Cerroni ha detto di sé quello che effettivamente è ed è stato: una figura centrale, e tutta l’attività di raccolta e smaltimento e gestione dei rifiuti è stata disegnata intorno all’esistenza della più grande discarica d’Europa gestita dall’avvocato Manlio Cerroni. Infatti hanno fatto bene gli elettori del Pd che hanno redarguito Giachetti quando ha avocato al Pd la chiusura di Malagrotta. Se, come dice lei, ora dal Pd c’è di nuovo un’apertura verso questo modello vuol dire che torniamo alla vecchia visione di Rutelli, Veltroni, Alemanno, e adesso Raggi.

Che voto dà alla sindaca Raggi?
Non classificata. E come quando a scuola lo studente non si presenta nell’ora di educazione fisica alla gara di salto. D’altra parte in questo momento Roma non ha il Segretario generale, che è la figura che dà il visto di legittimità ad ogni atto del sindaco, e non c’è da quando è stata eletta la Raggi. Non c’è il Direttore Generale e il Ragioniere Generale ha dato le dimissioni. I vertici di diverse aziende sono monchi. Non ho capito se c’è un assessore al Patrimonio e chi sia, l’assessore al Bilancio ha iniziato a lavorare solo da qualche giorno. Credo che siamo in una situazione disperata. Se poi pensa che grazie a quello che è accaduto la sinistra ha perso non solo la città di Roma ma anche la città metropolitana, quell’organismo voluto dalla legge Delrio che riunisce 120 comuni del Lazio, siamo al disastro perfetto

Qualcuno dei suoi consiglieri l’ha chiamata dopo l’assoluzione sul caso scontrini?
No, assolutamente. Solo Valeria Baglio.

Se mai volesse tornare a fare politica su Roma, su chi potrebbe contare?
Non ho alcuna intenzione di assumere ora alcun ruolo politico. Credo di aver fatto il sindaco di questa città in modo rivoluzionario, scrivendo un Piano di rientro e trovandomi all’inizio del mio mandato con 816 milioni di rosso in Comune e 875 milioni di debiti in Atac. Io mi sento in assonanza con grandissima parte di questa città. Non so quanto lo siano quei 25 consiglieri che sono andati a sfiduciarmi nello studio di un notaio e non hanno mai spiegato il motivo per cui ci sono andati.

Utilizzando una metafora medica che a lei piace tanto, un paziente non si lascia a metà. Non le dispiace abbandonare così Roma?
In questo caso ha tradito tutta l’equipe medica, diversi assessori chiamati in un ufficio di un capopartito che hanno accettato di dimettersi in poche ore. Ormai sono sereno, quello che è successo lo giudicherà la città.

Oggi anche sugli ambulanti sembra ci sia una marcia indietro.
Non so se questa amministrazione sia composta di sprovveduti. Ma se l’assessore al Commercio di oggi sostiene che i camion bar di fronte al Colosseo svolgono un servizio importante, o è sprovveduto, o odia Roma e non vuole che la bellezza archeologica della città risalti, o aveva stretto un patto con i proprietari dei camion bar. Una quarta risposta non c’è. Bisognerebbe chiedere all’attuale assessore.

Se ci fosse stato un atteggiamento diverso da parte sua con Renzi, le cose non sarebbero andate diversamente? Quando il rapporto tra voi si è rotto?
Io non l’ho mai rotto. Il mio ultimo messaggio per chiedergli di affrontare i problemi della Capitale risale all’ottobre 2015, fino alla fine della mia esperienza da sindaco. E inoltre ho sempre avuto un rapporto solido con molti intelligenti e diligenti membri del suo governo, come l’allora sottosegretario all’Economia con delega su Roma Giovanni Legnini, o Graziano Delrio. Non vivo la vita privata o quella pubblica come una somma di antipatie o simpatie.

Stefano Esposito lo riprenderebbe in squadra?
Il suo problema principale è che non conosce nel dettaglio l’area strategica dei trasporti di Roma. È pur vero che l’attuale assessore alle Partecipate ha detto di non sapere quante linee metropolitane ha Roma. Almeno Esposito sapeva che erano tre.

Non si è sentito un po’ commissariato anche lei, alla fine del suo mandato?
Io credo nella buona fede dell’interlocutore che ho davanti. Quando il Pd mi ha detto che voleva dare un contributo affiancando altri assessori, ho pensato che tale fosse, non che mi stessero mandando degli snipers, dei cecchini. Certo non erano come quelli dei film americani, ma erano i migliori a disposizione del partito.

Il suo rapporto con Orfini?
È inesistente. Non spenderei tante parole. Se una persona in due anni fa chiudere i circoli del suo partito, se i suoi sostenitori passano dal 70% circa al 17%, dovrebbe essere cacciato con tutta la poltrona.

PAOLO CHIRIATTI E MARCO CARTA

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