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Occhio all'iride “letta” dallo smartphone

Nicola Bernardi

L'OPINIONE Lo smartphone è ormai il diario di bordo della nostra vita quotidiana, e dentro vi conserviamo una grande quantità di informazioni, tra cui i contatti della rubrica, gli accessi ai profili social, sms e immagini varie, per cui è normale che il nostro cruccio sia quello di renderlo più sicuro per tenerlo al riparo da occhi indiscreti.

I grandi produttori di tecnologia stanno perciò ricorrendo a sistemi sempre più sofisticati per cercare di blindare cellulari ed altri dispositivi elettronici, e uno tra quelli più promettenti pare essere l'autenticazione mediante la scansione a raggi infrarossi dell'iride, che assicura una precisione superiore a quella dell'impronta digitale.

Ma potrebbe non essere tutto oro quello che luccica, dato che il trattamento di dati biometrici, come lo è quello effettuato con lo scanner dell'iride, presenta diverse zone grigie e criticità: basti pensare al semplice fatto che, a differenza della tradizionale password, che possiamo cambiare ogni volta che lo riteniamo opportuno, se dubitiamo che qualche hacker abbia rubato la scansione dei nostri occhi, non avremo alcuna possibilità di cambiare le credenziali, e sarebbe un problema che potremmo trascinarci a vita.

Scenari inverosimili da film di fantascienza? Forse non siete al corrente che negli Stati Uniti i ricercatori della Carnegie Mellon University hanno dimostrato che è possibile eseguire la scansione dell'iride dei guidatori d'auto da una distanza di 12 metri, utilizzando l'immagine degli occhi riflessa dallo specchietto retrovisore del loro veicolo.

Ma i malintenzionati potrebbero trafugare la scansione dei vostri occhi anche altrove, ad esempio violando una banca dati governativa in cui siete stati inclusi, infatti solo di recente è stato rivelato che l'FBI ha raccolto nel massimo riserbo circa 430mila scansioni dell'iride di persone che sono state inserite a loro insaputa in un enorme archivio condiviso con il Pentagono e la polizia di frontiera. 

Che dati biometrici vengano utilizzati per schedature di massa e memorizzati in giganteschi database, o peggio trafugati da hacker che vogliono utilizzarli per scopi illeciti a nostro danno, è tutt'altro che un rischio remoto.

E se per la smania di proteggere i nostri messaggini di Whatsapp ed i nostri selfie, fossero invece le scansioni delle nostre iridi a finire nelle mani sbagliate?

Nicola Bernardi
Presidente di Fedeprivacy
Twitter: @Nicola_Bernardi

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