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L’ultimo eroe romantico? Hijo de Puta, un legionario

orietta cicchinelli-Hijo de Puta

ROMANZI La solitudine di una vita senza radici, la colpa, la fuga e l’espiazione, ma anche la libertà, la sabbia del deserto e la forza di sfidare la morte: Orietta Cicchinelli, giornalista di Metro, torna in libreria con Hijo de Puta-La parabola di un legionario. Un libro che racconta l’incredibile storia di Giovanni e dei suoi anni nella legione straniera spagnola, montagne russe di fatti e scrosci esistenziali. Ne parliamo con lei.

Il legionario di cui scrivi,  intrigante ed irrisolto,  sembra  un eroe letterario: ma esiste davvero. Come l’hai itrovato?
Grazie a Tony Lupetti, un ingegnere nucleare che ha buttato in un cassetto la sua laurea, per occuparsi di editoria. Tony, per gli amici Lupo, impegna il suo tempo libero per aiutare le persone in difficoltà alla Caritas: mi ha presentato lui Giovanni, ex militante della Legione Spagnola, un personaggio affascinante.

Nella vita di Giovanni, così intensa, ci sono almeno dieci esistenze di un uomo qualunque. Quanto è stata difficile la sfida della narrazione di un personaggio così complesso?  
Ho dovuto un po’ studiare la realtà dei legionari, documentarmi sui loro riti, ma la storia si è scritta da sé, non seguendo un filo cronologico, ma come in un film in cui i flash-back si alternano a lunghi piani sequenza dell’oggi. Mi sono stati di aiuto i 25 anni di giornalismo alle spalle e soprattutto l’aver vissuto accanto ad un grande maestro come Vincenzo Cerami.

Tu racconti e non giudichi, ma nel corpo a corpo di Hijo de Puta con la vita, ora che lui è solo e malato, chi ha vinto?
La vita, sicuramente, anche nella morte, perché lui non svende la sua dignità, anche nella malattia: è un uomo tutto d’un pezzo, integro, nonostante i suoi trascorsi. Ed è ancora capace di sognare, nonostante le sofferenze.

“Menare duro e veloce”: un po’ Steve McQueen, un po’ Jean Valjean. Così immagino io Giovanni. È giusto?
Azzeccato, direi, il paragone. Non a caso nel disegno di copertina (che un artista, come Massimo Rotundo, mi ha regalato dopo aver letto solo i primi due capitoli del libro) il cecchino ricorda molto Jean Reno in Léon.

Voltandosi indietro, per Hijo de Puta, la vita è alle Canarie, dove abitano i suoi ricordi e la sua giovinezza. È forse la nostalgia, l’unica ferita di questo grande combattente?
È un sentimento che lo fa sentire vivo, proprio come il braccio monco di Josè Millàn-Astray, fondatore della Legión Española,  lo rende fiero delle sue medaglie conquistare sul campo di battaglia. Quindi, se è una ferita è necessaria.

“La vita è solo un prestito”, lei scrive. Non è per questo che ognuno di noi dovrebbe sognare la sua sabbia del deserto, la sua libertà, la sua personalissima San Antao?
Sicuro! Anche quel drappello di uomini apparentemente sconfitti, vittime di diverse fragilità – pezzi di una stessa umanità, un po’ alla Bukowski – sognano la loro libertà: una donna sfuggente, che cambia faccia a seconda della personale storia di ognuno. C’è chi scommette su un ultimo colpo di fortuna a poker, e chi fa progetti contando sulla pensione o tira, semplicemente, a campare confidando nel domani!

 

ANDREA BERNABEO

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