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Fecondazione in vitro un test per predirne il successo

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FAMIGLIA. Predire le probabilità di successo della fecondazione in vitro tramite un test che valuta la presenza di una precisa “impronta digitale” genetica nel grembo materno. Si deve  agli scienziati del University Medical Center Utrecht e dell’Academic  Medical Centre di Amsterdam la nuova scoperta che potrebbe significare meno sofferenze e anche un risparmio economico per le coppie affette da sterilità. I ricercatori hanno infatti messo in evidenza che c'è l'espressione anormale di un gene dell’endometrio alla base dei ripetuti fallimenti delle tecniche di procreazione medicalmente assistita, riporta la rivista Scientific Reports. Molte coppie in cerca di un bambino si sottopongono a diversi cicli di fecondazione in vitro, senza mai ottenere l’impianto dell’embrione in  utero, dunque tantomeno una gravidanza. Il fallimento ricorrente  dell’impianto embrionario (Rif) viene definito come l’assenza di attecchimento dopo 3 o più transfer di embrioni di alta qualità. 

Il “difetto” genetico
Gli esperti olandesi hanno effettuato delle biopsie endometriali su 43 donne che avevano avuto ripetuti fallimenti di fecondazione assistita  e hanno messo a confronto i risultati con gli esami eseguiti su 72  donne che invece erano riuscite a diventare mamme con la Pma. Dalle osservazioni è emersa la presenza di un’anomalia nell’espressione  genetica dell’endometrio nel 100% delle donne con fallimenti ricorrenti alle spalle. Mentre il “difetto” non era presente in nessuna delle madri di bimbi in provetta. «Ciò che abbiamo capito con questo studio è che una grande percentuale di donne che soffrono di fallimenti ricorrenti dell’impianto embrionario potrebbero essere  infertili a causa di un problema nel loro utero», spiega Frank Holstege, responsabile del laboratorio di  genomica presso l’University Medical Centre di Utrecht, che ha effettuato lo studio. «Le loro possibilità di ottenere una gravidanza - prosegue - potrebbero essere scarse e con il nostro lavoro possiamo arrivare a dare una consulenza molto più chiara e precisa ai pazienti, decidendo con loro se è il caso di investire ulteriormente tempo, fatica e denaro in trattamenti di Pma. Allo stesso tempo, chi ha avuto uno o  più fallimenti dalla Pma ma non ha il profilo genetico “difettoso” messo in evidenza dallo studio, deve persistere, in quanto ha una maggiore possibilità di ottenere una gravidanza».  

L'esperta
 «È una ricerca di grande valore,  che aggiunge una tessera al puzzle rompicapo che è l’impianto dell’embrione umano. Mi congratulo con gli autori, ma penso che non possa essere un’acquisizione che ci consente di dire che il caso è chiuso». In riferimento allo studio olandese, Eleonora Porcu, responsabile del Centro di sterilità e Procreazione Medicalmente Assistita del Policlinico  S.Orsola-Malpighi di Bologna, spiega  che «questo studio potrebbe consentire di impiegare un eventuale test genetico fra qualche anno nei principali  centri specializzati, insieme agli altri esami che vanno effettuati  prima di intraprendere la strada della Pma. Rappresenta un passo in avanti perché identifica ed etichetta delle nuove variabili, e  potrebbe essere una valido strumento diagnostico-prognostico, utilizzabile di routine».

METRO/ADNKRONOS

 

 

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