Opinioni

Vogliamo un futuro fossile per l'Italia?

Stefania Divertito

Ridimensionato e impoverito sta arrivando nelle nostre case il dibattito sulle trivelle. Dopo tutti i passaggi degli iter istituzionali i sei quesiti referendari proposti dalle regioni sono diventati uno, anzi meno di uno. In sostanza si tratta di decidere se far continuare la trivellazione alle piattaforme già in esercizio in mare entro le 12 miglia.

La domanda è minimale rispetto a quella più focale a cui chi ci governa dovrebbe rispondere.

Vogliamo un futuro fossile per il Paese? 

Un dato acquisito da audizioni parlamentari è che il petrolio italiano è di scarsa qualità e quantità. Se estratto tutto ci darebbe una sopravvivenza di due anni.

È questo il futuro che vogliamo per il nostro sviluppo energetico?

La risposta è nei numeri diffusi lo scorso fine settimana a Madrid in occasione della sesta Assemblea dell’Agenzia internazionale delle energie rinnovabili (Irena).

Aumentare del 36% il peso delle energie rinnovabili nel mondo aumenterebbe di 1,2 miliardi di euro il pil mondiale. Un bel +1,1%.

Non siamo parlando più ci Cop21, di clima, di ambiente. O almeno, non solo. Parliamo di posti di lavoro: milioni di occupati in più.

Invece l’Italia procede a tentoni. Dice sì a opere infrastrutturali energetiche dalla dubbia utilità (vedi alla voce Tap), nelle quali finiranno milioni di euro di soldi pubblici. Eppure il Cresme lo ha detto chiaramente: un miliardo di euro investito in grandi opere genera 700 posti di lavoro.

Lo stesso miliardo investito in riqualificazione energetica degli edifici fa crescere gli occupati a 17mila. Se voi foste un investitore, con questi numeri in mano, su cosa puntereste?

STEFANIA DIVERTITO. giornalista

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