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Trasformarsi in un albero grazie all'ecosepoltura

design e ambiente

AMBIENTE Applicare il concetto di “biodegradabile”  alla salma di un proprio caro può forse urtare qualche sensibilità, a meno che non si sposi fino nell’al di là un’ottica green ed ecosostenibile. Ed è in questa chiave che si stanno sviluppando progetti che invitano a sostituire la tradizionale tumulazione  con soluzioni che non comportino il consumo di suolo, trasformando i camposanti in boschi sacri e oasi verdi.

Capsula Mundi, il progetto dei designer Anna Citelli e Raoul Bretzel punta proprio a questo: al posto della bara un involucro in bioplastiche intaccabile dai germi della terra a forma di seme che può contenere un corpo in posizione fetale, interrato in corrispondenza di un albero che di quel corpo si nutrirà. «L’idea delle sepolture ecologiche non è nuova – spiega Citelli - quello che noi abbiamo aggiunto è stato ridisegnare la bara come seme proponendolo come simbolo laico».  Il concetto è quello della rinascita del corpo all’interno di “boschi sacri”. Ce ne sono già in Usa Svezia, Canada, Giappone, Cile. In Italia per ora è impossibile: «Da noi vige la normativa napoleonica che impone che il corpo non debba toccare la terra - spiega Citelli- e quindi non deve tornare alla terra, con tutto quello che ne consegue: bare zincate, esumazione, sistemazione in loculi».  Creando quindi cittadelle di morti ad alto impatto urbanistico. «La nostra idea è che invece si potrebbero riqualificare aree abbandonate, trasformandole in aree verdi di culto laico, mappate con un sistema GPS per permettere di individuare facilmente l’albero del congiunto».

Nonostante le difficoltà legislative, il progetto, già esposto a Lille come opera d’arte, ha suscitato molto interesse: 27mila i like sul profilo facebook e molte richieste da tutto il mondo. «A breve produrremo piccole capsule per contenere le ceneri, per ora strada più praticabile». Il 29 novembre i due designer hanno presentato il progetto alla conferenza Ted x Crocetta di Torino. www.capsulamundi.it. 
PAOLA RIZZI

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