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Bene il Jobs act ma i soldi dove sono?

Massimo Blasoni

Riformare il mercato del lavoro non significa soltanto affrontare il tabù dell’articolo 18 ma costruire un mercato del lavoro nuovo. Se guardiamo alla legge delega sul Jobs Act - che prevede anche l’armonizzazione dei sussidi di disoccupazione, la riorganizzazione delle politiche attive e la creazione di un salario minimo legale - scopriamo però che le buone intenzioni  rischiano di essere sconfitte dalla cruda realtà dei fatti. Insomma, mancano i soldi o -peggio ancora - vengono spesi male perseguendo logiche superate e inefficienti. La stessa legge di Stabilità prevede solo 2 miliardi per l'attuazione della legge delega e d'altronde nel testo di quest'ultima approvato prima al Senato e poi alla Camera possiamo leggere che «dall’attuazione delle deleghe recate dalla presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica». È realistico promettere un sistema di flexicurity senza avere un chiaro piano per le finanze pubbliche? La risposta è ovviamente no.

E pensare che il nostro Paese investe notevoli risorse in ammortizzatori sociali, la cui spesa è arrivata nel 2013 alla cifra record di 23,6 miliardi di euro (nel 2007 erano 7,9 miliardi). Il sistema nel suo complesso è finanziato per una quota di circa 9 miliardi di euro annui a carico delle imprese. Le uscite eccedenti vanno a carico della fiscalità generale: l’esborso a carico dello Stato è così incrementato nel tempo fino ai 14,6 miliardi del 2013 (per una spesa di 38,1 miliardi nel triennio 2011-2013). Già nel 2010 il Ministero delle Finanze rilevava che questo sistema risulta troppo oneroso per le imprese e per lo Stato, poco universale, iniquo nei sistemi di finanziamento e del tutto inadeguato perché i suoi beneficiari sono circoscritti ad alcune categorie di imprese e di lavoratori. Non sarebbe allora meglio indirizzare questo fiume di denaro, che spesso serve solo a mantenere in vita aziende decotte, verso la creazione di un universale sistema di flexicurity?
 Solo così potremo costruire un meccanismo in cui il periodo di disoccupazione diventi una preziosa occasione di riqualificazione professionale e non un esilio senza speranza dalla cittadella del mercato del lavoro.

MASSIMO BLASONI

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