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La rivincita di Obama

Giampiero Gramaglia

Rivincita sui fronti di guerra per Barack Obama, dopo la batosta nelle elezioni di Mid-term. In fuga da Washington il presidente Usa fa indigestione di politica estera a Pechino, al vertice dell’Apec, l’Associazione di cooperazione economica fra i Paesi del Pacifico. Lì incontra molti leader, fra cui il presidente cinese Xi Jinping, con cui raggiunge un enfatizzato accordo per ridurre le emissioni.
Però, nel colloquio con il presidente russo Vladimir Putin, il primo fra i due dal 6 giugno, giorno dell’anniversario dello sbarco in Normandia, Obama mostra di patire il protagonismo dello “zar”, dall’Ucaina all’Iran passando per la Siria. Il russo appare più disinvolto, “fa l’americano” e gli dà una pacca sulla spalle, mentre lui resta sulle sue: il pallino delle crisi l’ha in mano Vladimir, che ha ormai restituito alla Russia un ruolo da Super-Potenza.
Ma le notizie che arrivano dall’Iraq fanno di nuovo impennare la curva di popolarità del presidente, appena ridottosi da speranza planetaria dello “Yes, we can” 2008 ad “anatra zoppa”. Obama diventa l’ammazzasette: ai nemici pubblici numero 1 degli Stati Uniti, il presidente tentenna non lascia scampo. Ne elimina uno per mandato. L’uccisione di bin Laden, il 1° maggio 2011, arrivò troppo presto per garantirgli una vittoria facile nelle presidenziali 2012, ma comunque gli tornò utile. Ora, il ferimento, e forse più, del califfo al-Baghdadi – il giallo non è risolto – arriva nel momento giusto per risollevare l’immagine dopo la sconfitta Mid-term.

In fuga da Washington il presidente Usa fa indigestione di politica estera a Pechino

A Obama, comandante in capo irresoluto, riescono i colpi che Bush il guerrafondaio non sapeva mettere a segno: ad eliminare il capo di al Qaida ci aveva provato per sette anni, ma l’ispiratore dell’attacco all’America dell’11 Settembre 2001 gli era sempre sfuggito, persino –si racconta- in moto, o a dorso di mulo, sui monti tra Afghanistan e Pakistan. I Navy Seals mandati da Obama lo sorpresero davanti alla tv in una casa di Abbottabad in Pakistan, ormai pensionato del terrorismo.
Quasi una beffa del destino: l’eredità da presidente del Nobel per la Pace è, finora, legata a due atti di guerra brutali, due omicidi mirati –se il Califfo dovesse soccombere-. L’effetto al-Baghdadi non stingerà sulle presidenziali 2016, ma potrebbe fluidificare il dialogo tra il presidente democratico e il Congresso repubblicano.

GIAMPIERO GRAMAGLIA, giornalista

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