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Faccio la spesa nella spazzatura

Sconcertato dalle statistiche che sostengono che si arrivi a sprecare fino al 50 per cento del nostro cibo, Kieron Monks affonda i denti nel problema.
"Ferma! Torna indietro!" Il mio complice e io vediamo una donna ben vestita, sulla quarantina, inseguirci lungo la strada. Sentendomi in colpa, le passo la borsa.
"Non voglio tutto," ci assicura lei, infilando la mano nel sacchetto per cavarne fuori una forma di pane bianco fresco. "È una vergogna vedere quanto si spreca." E con questo ci ringrazia e si allontana.
È una serata piovosa, a Londra, e noi abbiamo liberato la nostra cena da una panetteria che ha lasciato tutto in strada, come spazzatura. Ci sono parecchi sacchi impilati accanto alla porta, pieni di pane, tramezzini, dolci. "Veniamo qui ogni giorno,"  mi dice Jack, mia guida e "freegan" locale (i freegan sono coloro che vivono di cibo gratuito). "Ma qui c'è molta più roba di quella che riusciamo a mangiare."
Di norma io non mi procaccio i pasti frugando tra i sacchi neri. Questa mia missione rientra nel tentativo di scoprire come nel mondo finisca sprecato il 30-50 per cento dei prodotti alimentari, secondo un nuovo rapporto reso noto dall'Istituto di Ingegneria Meccanica della Gran Bretagna. Un quarto di questi sprechi, che si calcola avrebbe un valore di un triliardo di dollari, sarebbe sufficiente a sfamare il miliardo di persone che al mondo soffrono di malnutrizione.
Nel corso della settimana successiva mi ritrovo tra bidoni dell'immondizia e cassonetti per vedere se c'è del cibo da riciclare. I freegan veterani mi stuzzicano l'appetito raccontandomi dei loro colpi più fortunati: un vassoio di formaggi, o un salmone intero.
I miei colpi sono più modesti, in parte per colpa dei negozianti che lucchettano i bidoni e coprono di vernice il cibo inutilizzato. "Ci denuncerebbero, se qualcuno si intossicasse con i nostri avanzi," mi dice il proprietario di un caffè, mentre mi caccia via.
Per sopravvivere devo mettere da parte l'orgoglio, si tratti di arrampicarmi sui cassonetti di un supermercato quando si fa buio o di squarciare un sacco dell'immondizia in un mercato pieno di gente. La mia giornata si salva grazie ai negozianti che rispondono al mio appello e all'ora della chiusura mi cedono il cibo invenduto.
È dura, per un cittadino rammollito, poco esperto in tecniche di sopravvivenza. Ma fortunatamente esiste una rete emergente di attivisti alimentari, che sta facendo del recupero del cibo un affare su vasta scala.
Incontro Martin Bowman, 26 anni, a una serata-curry presso il centro di accoglienza Mungo, dove il suo gruppo "Food Not Bombs" (Cibo, Non Bombe) due volte alla settimana cucina, usando prodotti invenduti, per 40 homeless. "Si può sopravvivere con i cassonetti, ma è più igienico prendere accordi con un fornitore di avanzi," spiega Bowman. "La maggior parte dei negozianti detesta buttare via tutta quella roba."
Il gruppo ha solidi rapporti di collaborazione con un numero crescente di negozi, e sta cercando di stringerne altri, più in alto rispetto alla catena alimentare, a caccia di risorse inutilizzate. Circa il 60 per cento del cibo va perduto prima ancora di raggiungere i negozi, perché i supermercati ogni anno rimandano indietro centinaia di migliaia di tonnellate di merci edibili, per ragioni cosmetiche.
Questo fatto ha spinto Bowman a fondare, con altri, la Gleaning Network, un'alleanza stile Robin Hood che raccoglie i prodotti che gli agricoltori non possono vendere ai supermercati. L'ultima loro spedizione ha recuperato due tonnellate di prodotti, e adesso il bottino viene distribuito gratuitamente.
Uno dei problemi degli attivisti è che finora non si erano avuti degli strumenti per misurare in modo preciso gli sprechi di cibo, ed ecco perché il gruppo di pressione This is Rubbish sta spingendo perché si organizzi il primo censimento nazionale del cibo. Una volta che le cifre saranno lì in ordine, gli attivisti sperano di riuscire a obbligare i negozianti a stringere accordi per minimizzare gli sprechi. "La catena di rifornimento deve essere responsabile e trasparente," dice la portavoce Caitlin Shepherd.
Il gruppo da una parte sta facendo pressioni sui politici, e dall'altra organizzando banchetti pubblici, in cui si mangia. "Per la gente è un problema di facile comprensione, molto più immediato rispetto alle emissioni di carbonio," dice Shepherd. E a quanto pare ha ragione: nel 2005 in Gran Bretagna esistevano solo quattro gruppi di distribuzione, e da allora ne sono nati altri sette.
E questo movimento spontaneo sta finalmente prendendo piede anche altrove. In gennaio, in collaborazione con una rete europea di attivisti, l'ONU ha lanciato la sua campagna mondiale per cambiare la cultura dello spreco alimentare, con l'obiettivo di dimezzare questi sprechi entro il 2020. La guerra è cominciata, e io ho proprio bisogno di farmi una doccia.
 
Cinque giorni da freegan
Cronaca del pane quotidiano:il mio tentativo di nutrirmi gratis
Primo giorno. Mi butto sulla panetteria, non appena questa chiude, alle cinque del pomeriggio. Ci sono sacchi dell'immondizia pieni di roba, ma c'è troppa gente, e il bottino non è un granché. Risultato: Due pagnotte, una sfoglia al formaggio, un dolce.
Secondo Giorno. Sguscio attraverso un cancello ed entro, alle undici di sera, nell'area cassonetti di un supermercato. Mi sporco moltissimo e scopro che le cose migliori sono già andate. Risultato: Mele.
Terzo Giorno. Mercato nel centro di Londra, in pieno giorno. Parecchi banchi buttano via roba, ma i proprietari si arrabbiano nel vedere come mi rifornisco sfacciatamente. Risultato: Pane, banana, un dolcetto.
Quarto giorno. I caffè locali sono poco collaborativi. I bidoni del supermercato sono lucchettati. Risultato: Mandato a letto senza cena.
Quinto Giorno. Centro di accoglienza Mungo, si cena con "Food Not Bombs", dopo che gli ospiti del centro hanno finito di mangiare. Risultato: Curry, patate, dessert.
 
 

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