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Haiti una nuova meta turistica

Haiti. Malgrado le sofferenze, Haiti inizia a rialzarsi. A tre anni dal sisma che il 12 gennaio 2010 devastò Haiti, causando oltre 200mila vittime, il presidente Martelly ha avuto parole di speranza per il futuro dell'isola caraibica, dove vivono ancora in stato di emergenza oltre 360mila  sfollati. Segnali di cambiamento anche dal primo ministro Laurent Lamothe, in carica da meno di un anno. Il giovane ex imprenditore gira per il mondo per promuovere Haiti come un'opportunità di investimento. Metro lo ha incontrato per un'intervista esclusiva.
 Terremoti, uragani, colera, povertà: quale è la sua roadmap per far fare dei passi avanti ad Haiti?
 Per il 2013 abbiamo cinque grandi priorità. Una è quella di mettere in atto il piano emergenziale di ricostruzione, perché di recente abbiamo avuto due uragani e una grossa inondazione. Stiamo investendo 344 milioni di dollari per rendere il paese più resistente ai disastri naturali: costruiamo, per esempio, rifugi contro gli uragani e case di accoglienza temporanea per i bambini che vivono nelle strade. Stiamo investendo sulla sicurezza stradale e sul rafforzamento del nostro programma di rimboschimento. Un'altra nostra priorità è la creazione di posti di lavoro. Abbiamo un tasso di disoccupazione elevatissimo, il 75 per cento, e dobbiamo far sì che per la gente diventi più facile avviare un'attività economica. E ovviamente un'altra priorità è l'elettrificazione del paese. Quando siamo andati al governo, l'elettricità veniva fornita per nove ore al giorno. Adesso siamo arrivati a 18 ore, e nel giro di sei mesi arriveremo a 24. E anche la sicurezza è una priorità assoluta. Aumenteremo il numero degli agenti di polizia, via via che le forze internazionali si ritirano. E un'altra priorità è quella di assicurare l'alimentazione.
 Tre anni fa ad Haiti c'era ogni ONG immaginabile e possibile. Ora se ne stanno andando. È un bene o un male?
In qualsiasi paese, fintanto che una ONG segue le strategie delineate dal governo, è un bene avercela. Ma noi non ci teniamo a essere conosciuti come una nazione ONG, dove le ONG fanno tutto quello che pare giusto a loro. Il nostro obiettivo è quello di fare lavorare le ONG di concerto con le istituzioni haitiane in modo che queste si rafforzino. E così al prossimo disastro naturale le istituzioni di Haiti saranno in grado – pensiamo – di gestire le emergenze invece di doverci affidare alle ONG. Vogliamo che i governi stranieri investano ad Haiti passando attraverso il nostro governo che ha un mandato e un programma per l'avanzamento del paese. Abbiamo promesso la piena trasparenza e stiamo lottando contro la corruzione.
Come pensate di affrontare il problema della disoccupazione di massa abbinato a una mancanza di sicurezza?
Questi problemi si trascinano da anni, perché nessuno mai li ha voluti affrontare. Le nostre istituzioni non dispongono di grandi risorse, e dunque abbiamo bisogno di puntare sui nostri punti di forza, come il sole e le nostre belle isole, e di promuovere il nostro paese non come un paese che ha solo bisogno di assistenza umanitaria ma come un paese che desidera un investimento diretto. E quella che è percepita come una debolezza può essere un'opportunità. Per esempio abbiamo bisogno di una maggiore capacità energetica, Questa è un'opportunità per gli investitori. Abbiamo bisogno di strade, e siamo disposti a fare concessioni alle aziende che intendono costruire strade a pedaggio. Vogliamo creare delle occasioni di affari e fare affluire nel paese una quantità maggiore di denaro. E poi, grazie all'aumentato gettito fiscale potremo migliorare le vite delle persone più vulnerabili.
Se lei dovesse convincere un paese o un'azienda a investire ad Haiti, quali "beni" di Haiti sottolineerebbe?
 Uno dei nostri vantaggi è la nostra efficienza industriale, unita al  patto commerciale favorevole che abbiamo con gli Stati Uniti – quello che consente ai beni prodotti ad Haiti di non pagare dazi doganali all'entrata in America. E quindi diciamo ai paesi di tutto il mondo di usare il nostro paese come piattaforma per produrre le loro merci e spedirle negli Stati Uniti duty-free. I paesi esteri dovrebbero pensare ad Haiti non come a un posto dove fare beneficienza ma come un posto in cui investire e fare affari. E fare affari ad Haiti significa ridurre la povertà.
Così un paese come la Svezia, che concede un sacco di aiuti economici per lo sviluppo, dovrebbe invece pensare a convincere H&M ad aprire una fabbrica ad Haiti?
Non c'è dubbio.
Un altro problema di Haiti è che la grande maggioranza dei giovani più ambiziosi lascia il paese, ed emigra. Come pensa di spingere i "cervelli" a tornare?
Sì, l'85 per cento dei nostri cervelli lascia il paese, e la ragione è la mancanza di posti di lavoro. Non è facile ricostruire un paese che è stato totalmente distrutto e al tempo stesso dare lavoro al 75 per cento della popolazione, che non ce l'ha. Abbiamo bisogno delle intelligenze di tutti. Le opportunità ovviamente attirano le persone e noi abbiamo un programma di incentivi per adeguarci ai salari che queste persone guadagnano altrove. 
Lei stesso ha lasciato il settore privato per entrare nel governo. Con quali motivazioni? La differenza è che nel settore privato lavori per te stesso, mentre come primo ministro lavoro per ogni singolo abitante di Haiti – dentro e fuori Haiti – e anche per tutti quelli che amano Haiti. Volevo contribuire con il mio tempo, con me stesso, con le mie capacità, con il mio amore, perché per me Haiti è tutto. E voglio vederla andare meglio. Abbiamo il sole ovunque: e questo è un gran vantaggio. Abbiamo coste meravigliose, belle isole, montagne. Altri paesi che vantano cose del genere sono diventati famosi per questo, ma Haiti è rimasta focalizzata al suo interno, sui suoi problemi. 
Haiti può essere una nuova meta turistica?
Sì, e ci stiamo investendo massicciamente. Quest'anno abbiamo già investito quasi 400 milioni di dollari in infrastrutture turistiche. Stiamo creando una Polizia Turistica. Stiamo impegnando un mucchio di denaro nella valorizzazione dell'Île à Vache, che deve essere certamente la più bella isola dei Caraibi. Stiamo creando per le nostre isole un aeroporto internazionale. E così faremo dell'Île à Vache una nuova, ambita meta, con resort molto di lusso che creeranno 4.000 posti di lavoro. Questo metterà Haiti in una luce diversa.
(Elisabeth Braw, Metro World News)

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