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L'Aquila, ghost town tra cantieri e traslochi

L'Aquila

L'AQUILA Nel suo appartamento di 36 metri quadri di Coppito 3, uno degli insediamenti del progetto C.A.S.E., Alessandra M. ha portato il suo tombolo, un capolavoro di merletti: «Ma qui non riesco più a lavorare». Lei non condivide le polemiche sulle new town e ancora ringrazia Berlusconi per aver dato a lei e ad altre 20mila persone una casa dopo nove mesi di tenda: «Ma non è casa mia». La sua la riavrà ne 2014, dopo che l'avranno abbattuta  e ricostruita. Ogni tanto va a vederla, tra i ruderi di Coppito, congelati  alle 3 e 32 del 6 aprile 2009.
Espropriati da tre anni del loro centro storico, uno dei più grandi d’Italia, trasformato in un'immensa ghost town, 170 ettari di ponteggi e transenne, chiese scoperchiate e cani randagi, gli aquilani vivono sospesi e sparpagliati in un’immensa periferia. «Se in centro tutto è fermo, si lavora molto fuori - dice l'architetto Marco Morante del collettivo 99, giovani tecnici aquilani, interlocutore critico della gestione post terremoto - Tra new town, residenze, centri commerciali, assistiamo ad un consumo del territorio rapidissimo e disordinato». In periferia sono sorte chiese  e  auditorium.  Oltre a quello di Piano, già chiuso perchè non collaudato, contestato da chi pensa che quei 6 milioni potevano essere utilizzati per riaprire il Castello. «Fin dall'inizio abbiamo chiesto un masterplan - dice Morante - un piano generale di ricostruzione. Invece si fanno interventi sconnessi. I più giovani rischiano di crescere nei centri commerciali».
Se di giorno la città è una distesa di case vuote  e strade transennate, la sera sul corso riaperto si accende la movida. «Bar e pizzerie sono gli unici esercizi attivi, una trentina  - dice il barista di uno storico locale di piazza Duomo - gli altri o sono nelle sedi provvisorie in periferia, o non ce l'hanno fatta». Incredibilmente a far girare un po' di soldi sono i turisti. «Mai visti tanti come dopo il terremoto».
L'incognita più grande restano i soldi che ora Barca promette arriveranno con maggiore puntualità. Se è vero che il sindaco Cialente assicura un centro ricostruito in 40 mesi, gli scettici sono molti. «Fra 20 anni forse - dice Alessandra - ma ora quello che ci serve è lavoro. Se no la gente se ne va e il centro ricostruito resta vuoto». In 37mila si sono iscritti ad un concorso pubblico per 300 posti. Il disagio si misura in modo molto concreto: 96 trattamenti sanitari obbligatori negli ultimi 8 mesi. Non pazzi, ma disperati. Non tutti però: tra i business emergenti c'è quello del traslocatore-acrobata, che svuota le case e riempie i magazzini in attesa della ricostruzione. Dice un ragazzo: «Se hai un furgone, all'Aquila hai svoltato».

PAOLARIZZI
@paolarizzimanca

SCHEDA
I soldi ci sono e sono tanti. Lo ha detto pochi giorni fa il ministro per la Coesione territoriale, Fabrizio Barca: 3,4 miliardi di euro più 447 milioni per lavori già svolti. La strada è ancora lunga, lo stesso Barca ha ammesso che ad oggi sono stati spesi per l'Abruzzo terremotato solo il 10-15% di ciò che serve. Per tutto il 2011 le gru all'Aquila sono state ferme. All'inizio del 2012 qualcosa si è mosso per poi ribloccarsi per lo stop dei fondi. Barca venerdì ha nominato ben due supermanager alla ricostruzione per la gestione di questa eterna emergenza. Basterà?

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