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AGENTI FBI NEI CAMPUS A CACCIA DI FUTURI KILLER

Usa. Sette persone uccise quest’anno a colpi d’arma da fuoco alla Oikos University, in California. Tre vittime lo scorso anno alla San Jose State University, sempre in California, e altre due nel Virginia Tech, in Virginia. L’anno prima erano state ammazzate due persone nella Ohio State University. Nel 2007 uno studente del Virginia Tech ha sparato uccidendo 32 persone. La lista di stragi è lunghissima. André Simons è a capo della squadra dell’Fbi incaricata di porvi fine. Simons dirige il Behavioral Threat Assessment Center (Btac), sezione della Unità di analisi comportamentale: «Le università si rivolgono a noi quando il comportamento di uno studente diventa pericoloso». Ogni anno la Btac, costituita ufficialmente due anni fa ma già attiva in passato, riceve oltre 100 richieste.
Un metodo che sembra funzionare
«Spesso prima di un attacco si assiste a comportamenti particolari - spiega Simons - ci sono indicatori che possono essere riconosciuti e minacce-annuncio sul web e via sms». Tra il 2000 e il 2008 nei campus si sono verificati 83 assalti a mano armata, e nel mirino degli aggressori sono finite ex fidanzate, professori o persone scelte a caso. Il nuovo metodo, che prevede l’identificazione dei killer potenziali anziché la trasformazione delle università in fortezze militarizzate, sembra funzionare: nel 2008 (ultimi dati disponibili) nei campus Usa sono state uccise 11 persone in meno dell’anno precedente.
I tratti comuni
Secondo il professor James Alan Fox (Northeastern University) gli assassini di massa d’ateneo sono accomunati da: 1) Laurea specialistica. Stressati dallo studio e, in caso di fallimento, sentono di non avere niente altro da perdere. 2) Delusioni e frustrazioni.Fallimenti personali sono spesso la goccia che fa traboccare il vaso. 3) Isolamento sociale.Hanno pochissimi amici e preferiscono stare soli. 4) Scaricabarile.Tendenza a deresponsabilizzarsi e ad addebitare ad altri le colpe nelle avversità.
“È una violenza imprevedibile”
«Se uno studente scrive saggi sconcertanti, l’università ha il dovere di segnalarlo. Ma la cosa va fatta in modo che questa persona non si senta perseguitata». Ne è convinto James Alan Fox, professore di criminologia alla Northeastern University di Boston.
Le università possono prevenire le stragi?
Non è sempre facile valutare il pericolo. Moltissime persone lanciano segnali inquietanti, ma non imbraccerebbero mai davvero un fucile.
La vigilanza non viola i diritti civili degli studenti?
Dopo le stragi i campus sono sotto pressione e provano ad agire. Alcuni atenei chiedono di accedere alle cartelle cliniche, ma questo è veramente oltrepassare i limiti. I segnali diventano vero allarme solo dopo un atto di violenza.
Dunque la violenza non può essere prevista?
I campus sono estremamente sicuri. Per chi non si fida ci sono i corsi di laurea on line.
 
(Elisabeth Braw, Metro Wolrd News)

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