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Alla Conferenza di Rio tempi duri per il clima

Brasile. A Rio gira una battuta: le vere decisioni non verranno dalla conferenza Onu, perché sono già state prese dai “potenti” al G20 in Messico. E se qualche passo in avanti potrà esserci in un “documento finale”, sarà in quello alternativo della Cupula dos Povos e non in quello ufficiale. «Costruire un consenso globale sulla sostenibilità sta diventando sempre più difficile - spiega Gro Harlem Brundtland, ex primo ministro norvegese e uno degli artefici del vertice di Rio del 1992 - a causa della crisi economica che colpisce l’Europa e del clima politico negli Stati Uniti, sempre più ostili ad interventi significativi per contrastare il cambiamento climatico».
Un mondo spaccato a metà
A Rio è riapparsa in tutta la sua crudezza anche la spaccatura tra Nord e Sud del mondo. I Paesi “sviluppati”, alle prese con la crisi finanziaria, non hanno fondi da destinare al rafforzamento degli organismi internazionali pro-ambiente né sono disposti ad aggiungere “sacrifici verdi” a quelli normali. Gli emergenti, invece, non accettano un freno unilaterale alla loro agognata crescita. L’Italia ha provato una difficile mediazione e il ministro dell’Ambiente Clini vanta due risultati: «Per la prima volta si lavorerà alla definizione di un indicatore che, ad integrazione del Pil, misuri anche i costi ambientali della crescita e, sempre per la prima volta, la “green economy” appare in un documento Onu come strumento per contrastare la povertà attraverso la crescita sostenibile». Ma il presidente di Eni, Giuseppe Recchi, parlando nel Padiglione Italia di “Rio+20”, ha messo in chiaro la sua lettura: «Oggi il verde è business, “green is green”, cioè il verde porta soldi».
Clini: "L'Italia è stata fondamentale"
“L’accordo finale non è quello che ci aspettavamo - commenta il ministro dell'Ambiente, Corrado Clini - ma è comunque qualcosa di molto importante. È il risultato di un negoziato complesso nel quale l’Italia ha svolto un ruolo fondamentale”.
I buoni e i cattivi
Tra i Paesi più sensibili ad un accordo sullo sviluppo sostenibile - secondo il Wwf - spiccano Brasile (che ospita il vertice), Unione Europea e Messico (mediatore con le economie emergenti). I più recalcitranti sono i Paesi che difendono i combustibili “sporchi”: Arabia Saudita, Venezuela, Equador e Qatar. Il Canada si è defilato.
La bozza di accordo finaleRiconosciamo, riaffermiamo, ricordiamo. Iniziano quasi tutti così i 283 punti della bozza di accordo finale resa pubblica dal quotidiano britannico “The Guardian”. Qui sotto potete scaricare il Pdf sia della prima versione che delle modifiche apportate tra il 16 e il 19 giugno.
 
(Metro)

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