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La rete dei bunker antiaerei nel sottosuolo di Roma

Roma. Una Guida e un sito web (bunkerdiroma.it) per riscoprire la memoria storica delle strutture blindate sotterranee della Seconda guerra mondiale, finite nel dimenticatoio e in alcuni casi a rischio degrado. Sotto i “palazzi del potere” della capitale d’Italia, infatti, Mussolini fece realizzare una dozzina di bunker e rifugi antiaerei per proteggere i vertici istituzionali politico-militari (a partire dalla sua famiglia e da quella reale Savoia). Si tratta di un patrimonio di straordinario valore storico e architettonico - presente al mondo in tale consistenza solo a Roma e Berlino - che sino ad oggi è rimasto sottovalutato e sconosciuto. A riportarlo alla luce è ora il lavoro di ricerca del giornalista di Metro, Lorenzo Grassi, che ha raggruppato tutte le informazioni disponibili e le ha illustrate con una presentazione multimediale nel bunker di Palazzo Valentini, con il patrocinio della Provincia di Roma e il sostegno del Centro Ricerche Speleo Archeologiche-Sotterranei di Roma.
Protezione per i Vip
Tra la fine degli anni '30 e l'inizio degli anni '40, Roma è stata sede naturale della realizzazione di opere difensive blindate in previsione di possibili attacchi aerei, anche con il temuto impiego di armi chimiche: non solo ricoveri di fortuna per la popolazione, come quelli di caseggiato, pubblici o collettivi ricavati negli scantinati, ma veri e propri rifugi d'élite. La preoccupazione per i bombardamenti era fondata, considerato che la città subì in seguito diversi attacchi dal cielo. A Roma sono documentati dodici tra rifugi e bunker antiaerei realizzati durante la Seconda guerra mondiale, quasi tutti per volere di Benito Mussolini.
Quattro bunker e otto rifugi
Tre sono localizzati a Villa Torlonia; i restanti nove a Palazzo Venezia, Villa Camilluccia, Palazzo Valentini, Complesso del Vittoriano, Palazzo Esercito, Palazzo degli Uffici, Villa Ada, stazione Termini e caserma di via Genova. Solo in quattro casi (l'ultima struttura di Villa Torlonia, quella di Palazzo Valentini, quella dell'Eur e quella della stazione Termini) si tratta di bunker propriamente detti, ovvero - secondo la definizione mutuata dalla Germania - realizzati con progetti specifici "a prova di bomba", soluzioni ingegneristiche tecnologicamente avanzate (come i sistemi per mantenere la sovrappressione interna per impedire l'ingresso dei gas letali) e canoni costruttivi a regola d'arte. Negli altri casi, invece, si tratta di rifugi sorti da blindature di ambienti già esistenti, che sono stati adattati allo scopo (talvolta con dotazioni pari a quelle dei bunker). Solo quattro (il secondo rifugio e il bunker di Villa Torlonia, quello dell'Eur e quello di Palazzo Valentini) hanno visto interventi finalizzati ad un recupero, anche se le strutture di Villa Torlonia e dell'Eur sono al momento chiuse alle visite.
Un’occasione da non perdere
Le strutture fortificate sotterranee della Seconda guerra mondiale sono state al centro negli ultimi tempi di interventi innovativi di recupero, messi in campo in diversi Paesi europei. Una riscoperta che ha dato vita ad un vero e proprio campo di studio, con ricadute anche sul turismo. Azioni mirate di recupero - con la "messa in rete" delle strutture, per la loro valorizzazione come sistema unitario - possono far nascere anche a Roma un circuito di divulgazione dei rifugi e dei bunker in ambito urbano (e del contesto in cui sono maturate queste particolari infrastrutture) di rilievo internazionale. È questa la proposta lanciata dal sito bunkerdiroma.it, che propone una "Rete dei rifugi e dei bunker antiaerei" che potrebbe scaturire dalla collaborazione fra i diversi enti gestori delle strutture già recuperate, per dare vita ad una fruizione coordinata con l'obiettivo di far riscoprire questa grande potenzialità culturale.
 
(Metro)
 

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