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Scintille in Egitto sciolto il Parlamento

Egitto. A due giorni dalle elezioni presidenziali - che ora potrebbero anche essere sospese - l’Egitto piomba in un pericoloso caos. Ieri la Corte Costituzionale ha stabilito infatti che un terzo dei seggi dell’Assemblea del popolo (la Camera bassa del Parlamento egiziano) sono stati assegnati in modo legittimo «sulla base di una legge elettorale non valida». Dunque scatterà lo scioglimento automatico dell’Assemblea. La Corte ha anche definito incostituzionale la legge che bandiva dalla vita politica i protagonisti dell’era Mubarak, come il candidato Ahmed Shafiq, già premier e sfidante del candidato della Fratellanza, Mohammed Morsi.
Fratelli musulmani gridano al "Golpe militare"
Per il movimento rivoluzionario del 6 aprile «il giudizio della Corte riabilita il vecchio regime e rischia di spazzare via le conquiste della rivoluzione». Ancora più duri i Fratelli musulmani, secondo i quali lo scioglimento della Camera bassa del Parlamento «è parte di un golpe militare che cancella il più onorevole periodo nella storia della nazione». In effetti la Giunta militare ha ora il controllo del potere legislativo, a meno di 48 ore dal secondo turno delle presidenziali. «Eleggere un nuovo presidente senza una costituzione e un parlamento vuol dire consegnargli un potere che neanche la più buia delle  dittature ha mai conosciuto», fa notare l’ex presidente dell’Aiea, Mohamed ElBaradei.
 
(Metro)
 
I due candidati in corsa non piacciono al popolo
Domani e domenica gli egiziani andranno al voto per scegliere il loro primo presidente eletto democraticamente. Dopo il primo turno di maggio, sono rimasti in corsa testa a testa Ahmed Shafiq (laico, ex primo ministro sotto Mubarak e vicino ai militari) e Mohammed Morsi (Fratellanza Musulmana). «La maggioranza degli elettori non si ritrova in questa polarizzazione laici-religiosi e non ama né l’islamista Morsi né Shafiq, legato al vecchio regime - spiega Elia Zarman, ricercatore presso la sede del Cairo del Consiglio europeo - c’è stata una forte dispersione del voto al primo turno e ora tanti si ritrovano senza opzioni che li rappresentino». «Chiunque vinca, non sarà la fine della primavera araba in Egitto - prevede Said Sasek, sociologo dell’università Americana del Cairo - la transizione richiede tempo». «Ora che abbiamo imparato a parlare ad alta voce - assicurano i giovani egiziani - non smetteremo più».
 
(Elisabeth Braw, Metro World News)

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