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Da via Poma a Garlasco Delitti senza colpevoli

Raniero Busco (nella foto) non ha commesso l’omicidio di Simonetta Cesaroni. Era l’unico imputato di uno dei gialli più famosi d’Italia, era stato condannato in primo grado a 24 anni di carcere il 26 gennaio 2001. La sentenza d’Appello ha azzerato l’accusa, e per i giudici che lo hanno assolto (grazie soprattutto alla superperizia che ha ribaltato le prove a suo carico) l’assassino di Simonetta è ancora senza nome.
Ci sono altre giovani vittime di assassini che non hanno ancora un volto, ci sono altri processi  che hanno visto alla sbarra presunti colpevoli, ma che si sono poi risolti in un nulla di fatto, come a Garlasco, a Perugia e ad Arce.
Il delitto di GarlascoIl 13 agosto 2007 Alberto Stasi, studente dell’università bocconi scopre il cadavere della sua fidanzata, Chiara Poggi, 26 anni. La ragazza è stata uccisa sulla soglia della sua villetta a Garlasco, piccolo centro del pavese, da qualcuno che si è accanito contro di lei con un corpo contundente e poi l’ha trascinata in cantina. Alberto,(oggi 29 enne) ha le chiavi di casa, è considerato dai genitori della fidanzata uno di famiglia. Per questo - racconta agli investigatori – è potuto entrare. L’arma del delitto non viene ritrovata.
I sospetti si concentrano subito sullo studente. Non convince il distacco con cui affronta la scoperta di quel cadavere, della ragazza con cui sta insieme da anni. Si scava nella vita dello studente, che all’epoca dei fatti aveva 24 anni. Colpisce il fatto che nonostante tutto il sangue lasciato sul pavimento di casa non ci siano le impronte delle scarpe di Alberto. E ancora: vengono ritrovate tracce biologiche della vittima su un pedale della bicicletta di Stasi, ma la prova viene giudicata troppo labile. Si scava nella vita dello studente, si ipotizza il movente che lo ha portato a uccidere Chiara: un’ipotetica passione per la pornografia in rete, scoperta con raccapriccio dalla ragazza. Una vergogna da mettere a tacere a tutti costi per Stasi, che per questo avrebbe agito d’impeto al termine di un litigio.
Il processo con rito abbreviato, celebrato nel 2009, assolve Alberto. Sono ritenute inconsistenti le prove a suo carico, prima tra tutte quella relativa ai file pornografici che sarebbero transitati sul suo computer. La sentenza d’assoluzione si ripete in Appello nel dicembre del 2011.
Il caso di SerenaArce, provincia di Frosinone. Il 1 giugno 2001 viene rinvenuto in un boschetto, accanto a una discarica, il corpo senza vita di Serena Mollicone. La ragazza, di 18 anni, era sparita il giorno prima. Suo padre Guglielmo, vedovo, aveva chiesto aiuto ai carabinieri a poche ore dalla sua scomparsa. La ragazza è morta soffocata, è legata e imbavagliata.
I sospetti si concentrano su un carrozziere del posto Carmine Bellini. Contro di lui ci sono 57 testimoni, ma sono 150 le testimonianze in suo favore. Il movente: presunte avances respinte. Si arriva al processo nel gennaio 2004, a luglio cade l’impianto accusatorio. Stesso copione in Appello nel 2006. Anche in questo caso nessun colpevole. Ma è di poche settimane fa la notizia che le nuove perizie disposte dal tribunale ed eseguite da un genetista dell’Universita di Tor Vergata (Roma) hanno riportato alla luce prove mai esaminate prima. Tracce biologiche (sangue o sudore) sui vestiti della vittima, è un impronta digitale abbastanza nitida su un pezzo di nastro usato per legare Serena.
Anche le indagini hanno fatto passi avanti. I sospetti si concentrano sull’ex fidanzato della ragazza e sulla madre di quest’ultimo; su un ex ufficiale dei carabinieri, su sua moglie e su suo figlio. Secondo gli investigatori Serena Mollicone aveva scoperto che il figlio del militare e altre persone erano implicato in un giro di spaccio. L’omicidio sarebbe quindi stato compiuto per mettere a tacere la ragazza. Ipotesi tutta da verificare, ma nei prossimi giorni queste cinque persone, iscritte nel registro degli indagati dovrebbero essere chiamate dalla Procura per sottoporsi agli esami del Dna.
L’omicidio di PerugiaMeredith Kercher, studentessa inglese, uccisa la notte del primo novembre 2007 a 22 anni, nella casa presa in affitto assieme ad altre studentesse, due italiane e una americana, Amanda Knox. La vittima ha la gola tagliata, è morta dopo una lunga agonia. I sospetti si concentrano proprio sulla coinquilina americana, su Raffaele Sollecito (che ha da poco una relazione con la Knox) e sullo studente ivoriano Rudy Guede.
L’accusa ricostruisce un quadro molto complesso e dettagliato di quanto è successo: Amanda e Raffaele tornano a casa, dove nella sua stanza c’è anche Meredith, e cominciano a scambiarsi effusioni. Arriva anche Rudy, che eccitato dalla situazione, tenta un approccio sessuale con Meredith. Al suo rifiuto l’ivoriano tenta una violenza sessuale. Amanda e Raffaele lo aiutano tenendo ferma la vittima e minacciandola con un coltello. La situazione degenera in omicidio. I tre cercano di depistare le indagini simulando una rapina. Tutto questo, supportato dal lavoro della polizia scientifica, arriva a dibattimento.
I tre ragazzi vengono condannati in primo grado il 26 dicembre 2010: 26 anni per Amanda, 25 per Sollecito e 16 per Guede. L’ivoriano non ricorre in appello, gli altri due sì. Nell’ottobre 2011 vengono assolti per non aver commesso il fatto. Per i giudici le prove scientifiche sono troppo inquinate per essere ammissibili. Non c’è neanche certezza sull’arma del delitto. Per Amanda l’unica condanna è per calunnia: aveva indirizzato gli investigatori sul proprietario di un locale di Perugia, Patrick Lumumba, del tutto estraneo ai fatti.
(Paolo Chiriatti)

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