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I primi 15 anni di Subsonica parla Samuel

musica Da due anni sono in giro a suonare. Stasera saranno nella loro Torino, domani a Bologna e il 28 a Roma, dove chiuderanno il mini tour voluto per celebrare i primi 15 anni del loro primo album omonimo. Sono i Subsonica, che ieri hanno vestito i panni dei direttori di Metro, trascorrendo un  pomeriggio in redazione a discutere di musica, crisi e politica. A Samuel Umberto Romano, voce della band, abbiamo chiesto un breve bilancio di questi 15 anni di storia.  Partiamo dalla fine: siete appena tornati da un Tour sold out nelle capitali europee, vedervi circondati da tanti fan non italiani è stato un buon modo per celebrare il vostro compleanno…Più che un tour, è stato un viaggio tra amici. Una bella esperienza per ritrovarci. È vero, questo giro c’erano anche tanti stranieri tra il pubblico. Credo che sia riconducibile al fatto che ormai la musica è un circuito mondiale: puoi non avere un disco distribuito all’estero, ma grazie ad internet ti possono conoscere ovunque. Questo, se da un lato sta portando alla morte del mercato discografico, perché è più difficile vendere, dall’altro è più stimolante per un artista. Una sensazione che si ha partecipando ai vostri live, è di estrema vicinanza tra voi e il pubblico, non date l’idea del “gruppo bravo”, ma che tiene a distanza il resto del mondo… E anche i prezzi dei biglietti sono indicativi (mai oltre i 20 euro). Non siamo cantanti con i macchinoni e con la barca. Quando hai un estremo amore per la musica, la barca non te la fai… Noi facciamo uno splendido lavoro, vivendone tutte le difficoltà dal punto di vista sociale, familiare ecc…, ma siamo fortunati perché lavoriamo della nostra passione. E forse la gente percepisce la gioia che proviamo a stare su un palco. Si percepisce anche un’estrema sintonia tra voi e quelli che vi seguono. Site una sorta di community…Il nostro pubblico si sente parte  di una famiglia. Vivono i nostri live come cerimonie. È vero, si è creata una comunità, una sorta di social network tutto nostro nato nel 2000 con “Diario di Bordo” da Sanremo.  Rimanendo in tema di live: in quest’epoca, dove per emergere devi partecipare a un talent, spesso ti trovi davanti giovani bravissimi in studio, ma senza esperienza di palco. E, quando li vai a sentire, si nota tutta questa inesperienza…Per l’età che spesso questi ragazzi hanno, li trovo bravissimi. Noi, ai nostri primi concerti, abbiamo fatto figure terribili… e a parità di condizioni, faremmo delle pessime performance! Se vinci un talent, dovresti avere talento e il tour puoi anche sfanganterla dopo un po’. Il problema è un altro: se partecipi a un talent, ti impegni per la vita con un’etichetta che deciderà tutto della tua carriera, cosa fare, cosa cantare, quando… non sei padrone del tuo percorso e non avranno mai potere contrattuale.  Così si uccide la follia del musicista che rompe gli schemi. Voi siete stati degli apripista sul fronte “prendere in mano il proprio destino”… Se avessimo ascoltato i nostri discografici – i quali ci dicevano che internet non serve, ma che bisogna andare a “Domenica In” per sfondare – non avremmo fatto il nostro percorso e non avremmo avuto la nostra forza.  Se ti tolgono la follia, la voglia di fare a modo tuo, non cresci mai. Siamo stati i primi in Italia a inserire dei vincoli nel nostro primo contratto con un’etichetta. Oggi, invece, firmi cambiali in bianco.  E i giovani come fanno?Si troverà un altro equilibrio, che si struttura da solo. Stiamo vivendo un periodo di “piattume” creativo, come lo furono gli anni ’80, quando ci si poneva il problema non di fare bella musica, ma di scalare le classifiche. Poi è scattato un meccanismo, a livello mondiale, che ha rivoluzionato tutto! Ci sarà presto una nuova ondata rigeneratrice! Già l’elettronica sta mettendo le basi del cambiamento.Parliamo di Torino, la vostra città, dove da un decennio si sente forte l’influenza del progetto Subsonica…Non siamo noi  a plasmare Torino, ma il contrario… L’artista deve evolversi. Non fermarsi al risultato ottenuto, ma, distruggerlo e ricominciare. Forse abbiamo attirato l’attenzione internazionale sulla città, che è sempre stata creativa, anche se un po’ nascosta. Dove ci sono le fabbriche, la spersonalizzazione dell’industria, nasce per forza la creatività. Per uscire. Passiamo alla politica, vi siete impegnati per la lotta al nucleare, per l’acqua… temi che poi sono arrivati alla gente!Appoggiamo “percorsi umani”, legati a tematiche che influiscono sulla vita della gente. Non siamo legati a parti politiche ma alle “attitudini”. Sentiamo però l’esigenza di spenderci.
L’Italia vive giorni duri, qual è la vostra percezione della crisi? Vero, ma vedo anche speranza. Siamo arrivati al fondo e, come spesso accade in Italia, stiamo facendo il colpo di reni per tornare su.  Anche perché prima è stato fatto di tutto e di più. Si parla di Grillo, ma l’antipolitica l’abbiamo già vissuta in passato, tanto che ora il Paese dà fiducia a un governo che è senza maggioranza e che ti tartassa. In passato è stato più importante il consenso della politica.
(Andrea Sparaciari)

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