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In Siria la protesta diventa guerriglia

«Il nostro problema sono le uccisioni» riflette Osama Nassar, attivista per la democrazia. «Come possono essere risolte con altre uccisioni?». Nassar, ingegnere e padre di 32 anni, è già stato arrestato e torturato quattro volte per aver partecipato a proteste pacifiche. Ma in questi giorni essere un manifestante pone un dilemma cruciale, perché a causa della estrema brutalità contro i dimostranti, l’unica scelta di molti siriani è quella di prendere le armi. «Un anno fa non c’erano manifestanti armati» spiega Anna Neistat, esperta di medioriente dell’Humar Right Watch. «Adesso c’è una resistenza organizzata. Sempre più soldati stanno disertando per unirsi alla rivolta e civili imbracciando le armi».Come ha fatto nell’ultimo anno, Osama Nassar continua a protestare, ma ha dovuto lasciare la sua casa per vivere in posti più sicuri. Così ha fatto Zaza, 31 anni, altro attivista non violento. «Nonostanti i crimini del regime, i cortei non si sono mai fermati» osserva. «La gente si è resa conto che il regime è una nave che sta affondando, da abbandonare il prima possibile. Certo, a volte sono scoraggiato, ma i sacrifici dei nostri martiri ci fanno perseverare».È di pochi giorni fa la defezione del ministro del Petrolio Abdo Husameddine, ma la comunità internazionale non è d’accordo su come agire. «Potrebbero armare l’opposizione e craere una no-fly zone o dei corridoi umanitari o lanciare una vera e propria invasione» dice Shashank Joshi, esperto del RUSI. «Ma ai soldati sarebbe consentita una azione offensiva? Altrimenti rischieremmo un’altra Srebrenica». Nota Andrew Tabler, esperto siriano al Washington Institute: «Assad non risponde alla diplomazia. Le sanzioni sono in vigore, ma ci vuoel tempo affinché abbiano effetto». Nassar però non vuole arrendersi. «Essere arrestati è terribile, ma vivere nella vergogna è peggio. Lo faccio per mia figlia: voglio che viva in una Siria che non la spedisca in prigione ogni volta che esprime la sua opinione». (Elisabeth Braw/Mwn)

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